Introduzione
Da oltre un secolo “populismo” è un termine sul quale si sono confrontati autorevoli studiosi e che, negli ultimi anni, ha avuto un certo revival anche in ambito politico, soprattutto sulla scorta dell’avanzata di partiti e movimenti che si sono auto-definiti “populisti” o che sono stati indicati come tali.
La Figura 1 mostra l’incidenza del fenomeno in Europa nel 2014. Da allora, il “populismo” si può considerare generalmente in aumento, per quanto che cosa sia da ricondurre al concetto di “populismo” è questione dibattuta, soprattutto perché “populismo” e “populista” sono stati associati, in luoghi e tempi diversi, a “referenti empirici” alquanto eterogenei: dagli stili comunicativi di alcuni personaggi politici che tentano di dialogare direttamente con il “popolo” alle tattiche generalmente non collaborative di soggetti politici collettivi – come partiti o movimenti – fino ad arrivare a definire interi regimi politici (spesso quelli del Sudamerica).
Nonostante l'ambiguità e la difficoltà definitoria del fenomeno non possono esimerci dal tentativo di identificare alcuni caratteri costitutivi, sostanziali e costanti del populismo, come hanno fatto anche di recente alcuni autori (Chiapponi 2012, Tarchi 2015).

Una prima caratteristica del populismo è rappresentata, come suggerisce lo stesso termine, dal suo costante riferimento al “popolo”. Un “popolo” che, pur nella diversità delle esperienze politiche e storiche, viene valorizzato come un’entità idealizzata e armoniosa, portatrice di caratteristiche omogenee, di valori autentici e fondativi dell’intera comunità istituzionale e politica e che, per questo, dovrebbe essere posto al centro del sistema istituzionale.
Il secondo elemento che viene tendenzialmente ricondotto al populismo è l’avversione verso le élites: come è stato autorevolmente rilevato, "la chiave di volta della mentalità populista è la diffidenza verso tutto ciò che non può essere racchiuso nella dimensione dell'immediatezza, della semplicità, del rapporto diretto e visibile con la realtà, delle abitudini e tradizioni". Si noti però che il suo nemico è l'élite che non ha saputo soddisfare le necessità e i desideri del popolo, non l'élite in quanto tale (Tarchi 2015, p. 61).
Di conseguenza, un altro elemento che sembra caratterizzare i fenomeni populistici, soprattutto se associati ad un movimento organizzativo collettivo, risiede nelle caratteristiche delle politiche che vengono proposte: secondo la definizione fornita dall’Encyclopedia Britannica, un partito populista offre formule politiche di breve periodo, senza curarsi di analizzare i costi che tali soluzioni avranno nel medio-lungo termine.
Ma quali sono gli elementi responsabili del successo di questi movimenti? Nel seguito, a partire dall’impostazione metodologica di una recente ricerca di L. Guiso, H. Herrera, M. Morelli e T. Sonno (2017), proveremo a fornire una possibile risposta analizzando, da una prospettiva economica, le determinanti della domanda e dell’offerta di populismo. I dati presentati fanno riferimento alla classificazione dei partiti populisti proposta da van Kessel (2015), nei paesi europei.

La domanda
Benché alcuni studiosi ritengano che la nascita dei partiti populisti più recenti sia da identificarsi con un movimento generalizzato di rigetto culturale nei confronti del politicamente corretto – si pensi all’ascesa di Donald Trump –, sono le determinanti economiche quelle che meglio di altre riescono a giustificare una crescente domanda, da parte degli elettori, di politiche cosiddette “populiste” (Figura 2).
Durante una tornata elettorale, ipotizzando la presenza di almeno un partito populista, gli elettori si trovano di fronte tre possibilità: (i) astenersi, (ii) votare per la piattaforma populista, che offre maggiore benessere nell’immediato con costi incerti nel futuro e (iii) votare per la piattaforma politica tradizionale. Che cosa guida la loro scelta? Un primo elemento di cui tenere conto è la distinzione fra la decisione di partecipare e di astenersi. Coloro che potenzialmente sarebbero più propensi a votare per un partito populista decidono, in alcuni casi, di non votare, riducendo – paradossalmente – il margine di consenso elettorale dei soggetti populisti.
Un’altra variabile che illustra bene questo meccanismo è l’istruzione: tanto maggiore è la durata del periodo di studi, quanto più elevata risulta la capacità degli elettori di stimare i costi di lungo periodo delle proposte politiche, rendendo così meno attrattive quelle populiste. Un incremento di istruzione ha quindi un effetto negativo sulla probabilità di votare per un partito populista (stimato, dagli stessi autori, nell’1,75% ogni quattro anni di istruzione aggiuntivi) e, d’altro canto, aumenta il tasso di partecipazione alla votazione di circa 19 punti percentuali.
Un elemento per certi versi simile all’istruzione è il grado di informazione che gli elettori hanno sullo scenario politico. Questa variabile – che è stata spesso quantificata considerando il tempo mediamente speso nella visione di programmi televisivi di informazione – ha però un impatto significativo, e positivo, solo sulla probabilità di partecipare alle elezioni e, apparentemente, non sulla scelta del partito da votare. Un ultimo dato interessante prima di affrontare le variabili economiche riguarda il comportamento delle donne le quali, benché in media partecipino meno alle votazioni, se consideriamo solo coloro che decidono di andare a votare, sono meno propense a sostenere partiti populisti.

L’insicurezza economica, come anticipato, gioca un ruolo fondamentale nella scelta degli elettori: da un lato, essa incentiva una riduzione della partecipazione alle tornate elettorali, mentre, dall’altro, aumenta la probabilità che coloro che decidono di partecipare votino per un partito populista. Il primo effetto è in larga misura determinato dall’essere disoccupato – la diminuzione del tasso di partecipazione alle votazioni è stimata in circa 3 punti percentuali –, dall’aver subito una perdita complessiva di benessere e dall’essere esposto – ovvero dal percepire tale esposizione – alla competizione con gli immigrati. Fra coloro che partecipano, invece, il voto per un partito populista sembra essere influenzato principalmente dalla competizione con gli immigrati e dall’esposizione agli effetti della globalizzazione – in quest’ultimo caso la probabilità di votare per un partito populista aumenta dell’1,6%; il dato in questo caso non sembra essere influenzato dallo stato di disoccupato. Se da un lato l’insicurezza economica rappresenta quindi un vantaggio per i populisti, dall’altro, questa variabile seleziona le persone che decidono di recarsi ai seggi, riducendo, fra queste, quelle propense a votare per le piattaforme populiste. A questo effetto indiretto se ne somma però un altro, di senso contrario: le difficoltà economiche riducono infatti il senso di fiducia nei confronti delle istituzioni, portando così più voti ai partiti non tradizionali. Alcuni autori (Ananyev e Guriev, 2016) hanno evidenziato come una diminuzione del PIL causi un crollo pari al doppio nella fiducia degli elettori nei confronti delle istituzioni. E ancora, lo stato di disoccupato ha un effetto negativo della stessa direzione di quello sopra citato e pari al 21%. La Figura 3 e la Figura 4 mostrano chiaramente gli effetti fin qui illustrati.

L’offerta
Benché oggi molti possano essere indotti a dare quasi per scontato la presenza di almeno un partito populista in ogni Paese, questa dipende fortemente dal costo-beneficio di tali partiti di fare il loro ingresso in scena. Determinante è quindi il livello della domanda sopra descritta; e variabili quali difficoltà economica e fiducia nelle istituzioni sono facilmente stimabili e osservabili. Ad un tipo di offerta diretta va però a sommarsi l’effetto convergenza dei partiti tradizionali – si pensi, in Italia, al dibattito sui vitalizi o al bonus di 80€ – i quali, invece di proporre piattaforme radicalmente alternative decidono spesso di seguire i partiti populisti sul loro terreno di gioco. Il risultato è un aumento consistente dell’offerta complessiva di piattaforme populiste. A questo proposito, di particolare interesse è il caso delle elezioni francesi, dove, forse per la prima volta, a sfidare un partito populista si è presentato un candidato vincente (Macron) con una proposta politica diametralmente opposta a quella del suo avversario.

Per concludere
La crisi economica da sola non sarebbe però in grado di spiegare tali dinamiche. Nella storia recente del dopoguerra, diverse sono state infatti le crisi, economiche e istituzionali, che l’Europa ha attraversato senza dare origine a diffusi fenomeni populisti. Attribuire ad una sola di esse la nascita dei partiti populisti odierni sarebbe quindi scorretto e, anche con riguardo alle variabili economiche, è stato sottolineato che essi hanno tratto fondamento dalla combinazione di due tipi di crisi e dalla conseguente mancanza, per gli elettori, di un’alternativa tradizionale. In altre parole, se negli anni ’70 la crisi del mercato aveva comportato un aumento di fiducia (e di voti) nei partiti più rivolti a sinistra e negli anni ’90, con la crisi del sistema istituzionale, abbiamo visto emergere partiti marcatamente liberali, attualmente, la combinazione di una crisi economica e di una crisi politica – si pensi ai vincoli di intervento posti a livello europeo – può essere considerata come una delle possibili cause della riemersione dei fenomeni populisti e del loro successo in termini politici ed elettorali.

 

Riferimenti bibliografici

Flavio Chiapponi, Il populismo nella prospettiva della scienza politica, Genova, Erga, 2012;

Luigi Guiso, Helios Herrera, Massimo Morelli, Tommaso Sonno. Demand and Supply of Populism. Dondena Working Papers, Bocconi, 2017;

Marco Tarchi, Italia populista, II ed., Bologna, Il Mulino, 2015;

Yves Mény e Yves Surel, Par le peuple, pour le peuple. Le populisme et les démocraties, Paris, Fayard, 2000; trad. It. Populismo e democrazia, II ed., Bologna, Il Mulino, 2004;

Ronald Inglehart e Pippa Norris, Trump, Brexit, and the Rise of Populism: Economic Have-Nots and Cultural Backlash, HKS Working Paper, 2016;

Van Kessel, Stijn. Populist parties in Europe: agents of discontent? Springer, 2015.

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