Il Fondo Monetario Internazionale (FMI) elabora trimestralmente il suo report economico, siglato WEO (World Economic Outlook).

L'attenzione degli operatori economici sulla release di aprile era caratterizzata da una certa tensione, come nell'attesa della sentenza ad un processo. In altri termini, tutti aspettavano i termini della "condanna": quanto dovremo soffrire? Ovvero: quando profonda e quanto lunga sarà la recessione? Oltre a commentare i dati FMI, è interessante sfruttare il WEO per elaborare alcune considerazioni sul "dopo crisi".

Ma andiamo con ordine. L'estrapolazione sintetica (Figura 1) delle previsioni FMI di aprile illustra che l'attività economica nel suo complesso (PIL mondiale), reduce da una crescita del 5,2% nel 2007 e del 3,2% nel '08, dovrebbe scendere in territorio negativo e contrarsi dell'1,3% nel '09, rimbalzando in terreno positivo (+1,9%) già nel 2010.

Rispetto al precedente elaborato WEO (gennaio '09), le previsioni per il biennio 2009-10 sono chiaramente peggiorate: ad inizio anno si prevedevano tassi di crescita dello 0,5% ('09) e 3% ('10).
In sintesi (Figura 2), la recessione è ora prevista più a "V" che a "U", evento che, paradossalmente, solleva gli animi: meglio togliersi il dente subito e guardare oltre.

La Figura 1 conferma inoltre che la recessione sarà più profonda nelle cosiddette economie avanzate (2009: -3,8%, 2010: 0%), mentre per le economie emergenti dovrebbe limitarsi ad esprimersi in termini di frenata nel trend di crescita (2009: +1,6%; 2010: +4%).
Disaggregando ulteriormente i dati, si nota che, fra i Paesi industrializzati, la recessione giapponese dovrebbe "mordere" in misura maggiore (2009: -6,2%), mentre la peculiarità del trend europeo è che sarà ancora in territorio negativo anche nel 2010 (-0,4%).

La tabella conferma una delle "verità di fondo" dell'attuale contesto economico, ovvero che il motore che farà uscire il mondo dalla recessione si incentra nelle economia emergenti, in particolare nel binomio Cina - India.
In effetti la produzione industriale cinese (Figura 3) è rimbalzata in marzo dai minimi di inizio 2009 ed il commercio estero (Figura 4) evidenzia un risveglio sia dell'export che dell'import. Gli interventi cinesi di stimolo all'economia sono infatti più degli "ordini" che dei "piani strategici" e ciò aumenta la loro efficacia. L'import cinese (alimentato dai consumi interni) è rilevante in prima battuta per i Paesi del Far East asiatico (ad eccezione del Giappone), poiché esportano in Cina, ma prospetticamente anche per il resto del mondo.
L'assioma, che ci accompagnerà nel post crisi, è che se "tirano" i consumi e la produzione industriale cinesi, prima o poi "gira" tutto il mondo.

Nella tabella della Figura 1, si nota invece che la Russia avrà invece un'evoluzione più simile ai Paesi occidentali, con una caduta del PIL '09 (-6%), perché la sensibile correzione dei prezzi delle materie prime (petrolio in primis) riduce le disponibilità finanziarie per interventi governativi di sostegno all'economia (come invece si è fatto nell'Occidente). Infine nel "treno" dei Paesi B.R.I.C. (Brasile, India, Cina, Russia), la tabella sottolinea che il "tender" Brasile si inserisce fra le due locomotive (Cina - India) ed il "vagone" Russia.

Dall'analisi di questi dati (che rappresentano una sintesi della mole di lavoro dell'FMI) possiamo facilmente concludere che la crisi comporterà uno spostamento di ricchezza dall'Occidente industrializzato ai Paesi emergenti.
Il fenomeno non è stato innescato dalla crisi, in quanto erano già stati registrati dei segnali in tal senso, tuttavia la crisi darà il colpo di grazia.

Ce lo conferma la Figura 5, dove si dimostra come cambia, in soli due anni, il peso percentuale delle economie rispetto al PIL mondiale. In pratica, quando ci si risiederà al tavolo dell'economia mondiale, una volta archiviata definitivamente la crisi, il G3 (USA + Europa + Giappone) si scoprirà più povero del 2,3% (-1,1% la perdita della sola Europa), avendo ceduto l'1% ai Paesi B.R.I.C. (in realtà solo a Cina ed India, che guadagnano lo 0,5% circa a testa) e l'1,3% al Resto del Mondo, categoria residuale che comprende il blocco del Far East, l'America latina, l'Africa e, per essere precisi, alcuni Paesi industrializzati non compresi nel G3 (esempio: Australia, Canada e UK).

Dopo la crisi, gli "altri" (rispetto a noi occidentali) saranno quindi più ricchi, un po' perché la loro ripresa sarà iniziata prima e avranno già prodotto e venduto, un po' perché (uscendo prima dalla crisi) avranno già fasce di ricchezza non "bloccata" dai piani di sostengo all'economia. Essendo più ricchi, non solo saranno i nostri banchieri (comperando quote crescente dei debiti pubblici occidentali), ma verranno anche a fare shopping nel nostro sistema produttivo. Abituiamoci quindi a vedere molti nostri marchi storici finire sotto una longa manu, che arriva sicuramente da un altro continente.

Nelle conseguenze della crisi agiranno in realtà molteplici meccanismi, non sempre evidentissimi l'un verso l'altro, ma spesso in grado di mescolarsi e quindi di interagire. Cerchiamo di individuare altri punti di rilievo.
La violentissima caduta della produzione industriale occidentale, in termini di circa il 30% nel corso del 2008, ha liberato una ampia fascia di capacità produttiva inutilizzata, che sarà a disposizione delle nuove iniziative imprenditoriali.

Parimenti, il sentiment medio della popolazione sarà molto prevenuto nei confronti del mercato finanziario, visto che gli eccessi di quest'ultimo negli anni scorsi sono considerati la causa principale della crisi in atto.

La combinazione fra questi due elementi spingerà a tornare verso l'attività industriale, a scapito di quella dei servizi (dove appunto veniva catalogata la "finanza") e ciò non riguarderà solo i flussi di capitali in senso stretto, ma tutti gli elementi che compongono il concetto di "capitale". Sono comprese anche le risorse umane, una volta che l'onda lunga della disoccupazione si sarà assorbita (fenomeno che avverrà con un certo ritardo, rispetto all'effettiva ripresa dell'economia).

In altri termini, i "cervelli", dopo che negli ultimi trent'anni si sono dedicati ad inventare strumenti finanziari sempre più evoluti e più….scriteriati (a tal punto che hanno innescato la crisi!), verranno riconvertiti verso le attività  produttive.
Ciò è tanto più vero per i soggetti che entreranno per la prima volta nel mondo del lavoro: chi di noi ha figli giovani, dovrebbe tener conto di tale interessante considerazione, anche perché è presumibile che crescerà progressivamente la concorrenza, proprio qui a casa nostra, di figure professionali molto qualificate, come per esempio gli ingegneri indiani o i programmatori israeliani.

L'eccesso di capacità produttiva a disposizione comprimerà moltissimo i margini di profitto, stimolando la ricerca di settori produttivi, in particolare se caratterizzati da tecnologie innovative.
Si possono citare a titolo di esempio i settori bio-elettromedicale e, soprattutto, quello delle energie alternative: quest'ultimo, accanto al carattere innovativo sotto il profilo tecnologico, sembra proprio aver ampi "spazi di crescita" anche per i risvolti di risparmio nell'utilizzo delle risorse naturali, nonché per l'obiettivo di una maggior tutela del mondo in cui viviamo.

Tuttavia sotto questi profili, la crisi ha segnato il campo. L'impressione è che, almeno per un bel po', in tali settori innovativi le aziende di nuova creazione (seppur molto numerose) saranno di dimensioni singolarmente limitate, con un carattere quindi più artigianale che effettivamente industriale, il che smusserà molto il loro appeal agli occhi dei capitali dei Paesi emergenti. Viceversa, anche per "far di necessità virtù", potrebbe diffondersi la scelta strategica di estendere la propria attività anche a tali settori da parte di aziende già esistenti e catalogate in attività molto tradizionali. Il fenomeno registra già qualche evento: per esempio nel torinese, tradizionale terra dell'automotive, alcune aziende dell'ex indotto FIAT stanno affiancando al tradizionale stampaggio di lamiere (magari in contrazione del 30% o del 50%) lo stampaggio di pale, che (caratterizzate da materiali tecnologicamente all'avanguardia) finiranno nei "mulini" che servono per produrre energia eolica.

Gli esempi potrebbero essere numerosissimi: i produttori di cavi elettrici si stanno estendendo nell'elettromedicale e i chimici nel biomedicale, i tessili studiano materiali chimicamente evoluti per l'abbigliamento del domani (più ecologico, più sicuro, più accattivante..) e così via. Sarà quindi la combinazione fra marchio affermato e attività innovativa che attirerà maggiormente i capitali dei Paesi emergenti.

La crisi passerà, si è sempre detto, ma per l'Occidente evoluto tutto ciò lascerà il segno rispetto allo status quo precedente. Sarà sempre minore la presenza di imprenditoria privata autoctona (specie di fascia alta), in parte perché sostituita da "acquirenti" emergenti, in parte perché le risorse finanziarie interne verranno sempre più dirottate verso il debito pubblico. In pratica si preferirà detenere obbligazioni pubbliche anziché quote di aziende, sia per i compressi margini aziendali sia per la prospettica maggior tassazione, a sua volta necessaria per finanziare il deficit pubblico crescente. In altri termini, si registrerà il ritorno verso una maggior presenza dell'imprenditore pubblico (al netto della quota degli "emergenti").

Manca un tassello a completare il quadro. Che farà l'inflazione? Siamo reduci da mesi e mesi in cui i mass media hanno sbandierato lo spettro della deflazione: verrebbe da concludere che l'inflazione è l'ultimo dei problemi. In effetti non c'è da spaventarsi, nel breve. Ma bisogna mettere in conto, prospetticamente, un certo ritorno dell'inflazione, magari non "selvaggia", ma sicuramente superiore agli attuali livelli. Un po' perché ai Governi fortemente indebitati farà comodo inflazionare il sistema, un po' perché ripartiranno al rialzo i prezzi delle materie prime, specie alimentari (visto che abbiamo assistito al consumo delle riserve nell'ultimo anno e mezzo - due e si dovranno riprendere gli approvvigionamenti delle scorte).
Per questi motivi e per la più veloce ripresa dei loro consumi interni, i principali focolai di inflazione dovrebbero situarsi nei Paesi emergenti.

Lo conferma anche l'ultimo WEO del Fondo Monetario (Figura 6): mentre l'inflazione delle economie industrializzate viene prevista a meno dello 0,5% nel biennio '09-'10, quella dei Paesi emergenti si attesterà a cavallo del 4,5%-5%. Nella fase successiva, dovremmo assistere ad un maggior movimento di risorse e di commerci, per cui anche i Paesi industrializzati incamereranno proporzioni maggiori di inflazione.

                                                 Carlo Crovella

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