Nei giorni dell'unificazione monetaria, nessuna critica era ammessa. Molti economisti, però (specie grandi nomi americani come Krugman, Obstfeld e Feldstein) avevano, già allora, espresso serie riserve. E questo perché la zona euro non sembrava loro un'OCA, acronimo che sta per Optimal Currency Area, ossia Area Valutaria Ottimale.

L'OCA, secondo la teoria elaborata dal premio Nobel Mundell nel 1961, ripresa poi soprattutto da  McKinnon e Kenen corrisponde ad un gruppo di Paesi così fortemente integrati e così simili nelle strutture produttive da rispondere allo stesso modo a fenomeni insoliti (shock) e da  massimizzare l'efficienza economica complessiva adottando un regime di cambi fissi o addirittura un'unica moneta.  Complessivamente un'OCA deve possedere almeno tre requisiti fondamentali:

1. Analogo grado di apertura delle economie (Figura 1), intesa come analoga incidenza percentuale sul PIL della somma di importazioni ed esportazioni.

2. Mobilità di capitale (Figura 2) e lavoro (Figura 3) tra i Paesi interessati.

3. Similarità degli shock (Figura 4), ovvero reazione delle singole economie a eventi esogeni (variazioni nei cambi, nei prezzi delle materie prime, e simili),

I benefici (Figura 5) per ogni singolo Paese all'interno di un sistema di questo tipo sono essenzialmente di maggiore efficienza e maggiore stabilità,  rappresentati rispettivamente dalla riduzione dei costi di transazione e da bassa inflazione e bassi tassi d'interesse. Gli svantaggi (Figura 6) sono legati alla  rinuncia a quote di sovranità con conseguente perdita di autonomia nelle politiche economiche. Si rinuncia, in pratica, alla possibilità di operare, per dare impulso alla produzione e all'occupazione, sul tasso di cambio o sulla base monetaria. Emblematico è il caso delle rinunce effettuate dall'Italia che ha spesso utilizzato la  svalutazione competitiva come motore per la crescita anche a costo di un'inflazione a due cifre.

L'Europa aveva le caratteristiche per essere un'OCA quando decise di creare l'euro? Probabilmente no, se si tiene conto che, fin dall'inizio, l'Europa non era sufficientemente integrata soprattutto per quanto riguarda la mobilità del lavoro e la similarità degli shock. La mobilità del lavoro in Europa,  anche per ragioni linguistiche e culturali, non è mai stata paragonabile a quella degli USA, considerati non a caso un'ottima OCA. Per l'aspetto della similarità degli shock, la reazione delle singole economie a fenomeni come la fluttuazione del cambio (Figura 7) non poteva essere più divergente, proprio per le asimmetrie strutturali tra i Paesi del Nord e i Paesi del Mediterraneo.

Per superare la scarsa integrazione dei mercati del lavoro si sarebbero dovuti stabilire programmi finalizzati, utilizzando il FSE (Fondo Sociale Europeo) in modo appropriato, ad esempio rafforzando i Programmi di Iniziativa Comunitaria (PIC) nell'ambito negoziazione sulle iniziative dei singoli territori.  Per rendere meno dissimili le differenti reazioni agli shock si sarebbero dovute far convergere, almeno in parte, le politiche fiscali dei vari Stati. Le uniche misure rilevanti introdotte sono state il Patto di Stabilità e il tentativo di coordinare l'imposizione sui consumi.

In questa situazione, ben nota e conosciuta nel 1992, l'introduzione dell'euro avrebbe dovuto avvenire in modo graduale, via via che nei singoli Paesi si fossero create le condizioni di  sostenibilità dei parametri stabiliti a Maastricht.  In realtà Paesi come l'Italia, il Belgio e soprattutto la Grecia, fin dall'inizio non avevano i conti in ordine e non sarebbero dovuti entrare nell'Area Euro. In particolare l'Italia che pur aveva ricondotto, con un enorme sforzo, il rapporto deficit/PIL all'interno del 3%, manteneva un debito pubblico ben oltre il 60% quindi al di fuori del limite massimo consentito.

 

 

Gli accordi iniziali sull'euro prevedevano l'uscita del Paese nel caso di crisi finanziaria o comunque qualora venisse a mancare il rispetto delle condizioni di Maastricht.  In origine esisteva, inoltre, una clausola chiamata "no bail-out clause" che avrebbe reso impossibile adottare il piano di salvataggio della Grecia, così come acquistare in modo massiccio titoli italiani, spagnoli o di altri Paesi in difficoltà.

L'introduzione dell'euro avrebbe dovuto anche essere accompagnata da misure di stabilizzazione rivolte ai Paesi non del tutto allineati alle decisioni di Maastricht, cosa che di fatto non è mai avvenuta (Figura 8).

In ogni caso e nonostante tutto, per circa dieci anni l'euro si è affermato come valuta di riferimento in Europa e nel mondo. Con la crisi finanziaria, invece, i problemi sono emersi con forza e le contraddizioni sono esplose. Sono tornati prepotentemente i dubbi addirittura sul futuro dell'euro e soprattutto e riemersa la domanda fondamentale: può esistere una moneta senza Stato e quindi senza un'unica politica monetaria ed economica?

L'Europa deve rispondere alla domanda in tempi brevi. Si aspettavano indicazioni chiare già dal recente vertice europeo del 9-10 dicembre, ma non sono arrivate. Gli accordi raggiunti in quella data prevedono nuovi trattati da adottare nei primi mesi del 2012  con clausole molto più restrittive sul rapporto deficit/PIL e sanzioni automatiche per chi non rispetta le condizioni. Sono nuovamente previste forme di sostegno finanziario ai Paesi in difficoltà ma non è stato deciso niente di concreto sulle garanzie comuni per far fronte ai debiti nazionali. Ogni discussione sugli Eurobond è stata rinviata al futuro. I mercati non hanno gradito.

Se l'Europa fosse un'OCA, misure di questo tipo potrebbero essere forse sufficienti a difendere la moneta unica e l'economia dei singoli Stati. Ma l'Europa non è un'OCA. Le diversità strutturali si stanno rivelando profonde e persistenti. Con il risultato, a esempio, che l'obbligo di pareggio da inserire addirittura nelle costituzioni, anziché favorire la convergenza, può creare scompensi e differenze tra i singoli Paesi ancora maggiori di quelle attuali.

Se per la Germania l'obbligo del bilancio in pareggio può essere un elemento di stabilità e di crescita, per la Grecia o per l'Italia può invece di rappresentare un fattore fortemente recessivo che  addirittura rende instabile e meno affidabile l'economia nel suo complesso. C'è il rischio per questi Paesi di entrare un circolo vizioso. Le politiche di drenaggio fiscale utili a garantire l'equilibrio del bilancio riducono la domanda interna e quindi il PIL, portando alla crescita del peso del debito e aumentando i costi necessari per il rifinanziamento.

Le politiche keynesiane con l'aumento del deficit pubblico per contrastare le crisi (deficit spending in funzione anticiclica) accompagnate da forti interventi sul debito, forse sono più adatte a certi Paesi del Sud Europa che non le rigide politiche monetaristiche della Germania. La stessa medicina che aiuta un malato a guarire, può avere effetti collaterali peggiori della malattia stessa in altri pazienti.

In conclusione, se l'Europa non è un'OCA, con queste misure non è sulla strada per diventarlo. Le differenze aumentano anziché diminuire, la convergenza non può essere imposta con le sanzioni. Difficile essere ottimisti sull'euro.

                                                Caterina Bonis

                                               

 

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