Il secondo semestre del 2011 passerà alla storia per i debiti pubblici in espansione quasi incontrollata.
Questo problema trae origine dall’ampio ricorso alla spesa pubblica come reazione al collasso della domanda mondiale nel biennio 2007-09 e contraddistingue in modo trasversale tutto il mondo occidentale.

Tuttavia la “pesantezza” (in termini percentuali rispetto al PIL) del debito pubblico ha assunto una rilevanza senza precedenti per i Paesi in cui conti pubblici erano già in precedenza “ballerini”: Grecia, Spagna (marginalmente, grazie all’indizione di elezioni anticipate) e in ultimo Italia.

Al di là dell’emotività dei mercati finanziari, che spesso strumentalizzano le oggettive problematiche per spingere i trend in una direzione o nell’altra, una domanda è assolutamente legittima: come mai proprio adesso il debito pubblico italiano pare diventato improvvisamente “insostenibile”? E, a ruota, un altro quesito: quali decisioni occorrerebbe effettivamente varare per rientrare nella normalità?

Circa il primo punto, l’analisi storica del rapporto percentuale Debito-PIL (Figura 1) dimostra che l’attuale punta del 120% ha un precedente storico nei primi anni ’90, ma nel decennio successivo tale rapporto si è attenuato fino a circa il 110%. Quindi l’Italia ha storicamente dimostrato due verità: che è capace di convivere con un debito strutturalmente superiore al 100% del PIL (cioè superiore alla ricchezza annualmente prodotta dll’attività economica) e che è riuscita a rientrare dalla punta critica dei primi anni ’90.

Rispetto agli anni ’90, oggi si registrano però due criticità di rilievo: allora vi era la prospettiva di convergenza nell’Euro, con applicazione dei criteri di Maastricht su deficit (3% del PIL) e debito (60% del PIL), e ora invece attraversiamo una fase di sensibile difficoltà economia dell’intero mondo occidentale, particolarmente accentuata in Italia.

Il PIL italiano, che cresceva in media dell’1,5% annuo negli anni ’90, negli ultimi dieci anni ha registrato un aumento medio dello 0,6% (Figura 2) e, in particolare, le proiezioni per il 2012 (estratte dall’ultimo Panel dell’Economist) puntano proprio allo 0% (stagnazione). In Italia la crescita langue e, soprattutto, pare destinata ad insabbiarsi ancor di più. Molte le cause: dalla crisi mondiale ai nodi tipicamente italiani (corporativismo; eccesso di burocratizzazione specie nella pubblica amministrazione; vita politica tutt’altro che virtuosa).

Certo nel soffocamento della crescita italiana non è indifferente il peso del debito pubblico. Come è noto il debito deriva sia dall’accumulo dei deficit primari (cioè saldi negativi fra entrate – in genere fiscali – e uscite - quali servizi, stipendi ed ogni erogazione pubblica), sia dal perverso vincolo che condiziona reciprocamente gli interessi ed il debito. Lo Stato infatti emette obbligazioni per finanziare il suo deficit primario, ma tale debito permane per scadenze pluriennali e genera interessi, per pagare i quali lo Stato al “giro successivo” emette altro debito, sul quale pagherà altri interessi e così via in un avvitamento perverso.

Un debito così “pesante” come quello italiano distoglie quindi risorse da obiettivi di effettiva crescita economica. Si può provocatoriamente affermare che quando i cittadini rinnovano i propri BOT, con l’impiego dei loro denari, almeno parzialmente, si  pagano da soli gli interessi sulla precedente emissione di BOT. Discorso analogo anche per i capitali internazionali che vengono attirati dalle obbligazioni pubbliche anziché dirigersi verso impieghi più efficaci in termini di potenzialità di crescita dell’economia, per esempio emissioni obbligazionarie aziendali o sottoscrizione di nuovo capitale di rischio (azioni), ma anche obbligazioni bancarie (attraverso le quali il sistema bancario raccoglie le risorse che poi eroga alle imprese per gli investimenti produttivi).

Ma come se non bastasse, su questo meccanismo se ne innesca un altro che lo appesantisce in modo irreversibile. Quando un debitore vede peggiorare la considerazione che hanno di lui i suoi finanziatori, è costretto ad aumentare il rendimento offerto, ovvero il costo del nuovo indebitamento. Nella spirale perversa “interessi – debito pubblico”, questo fenomeno acuisce il già deprecabile circuito a sfavore della crescita.

Negli ultimi tempi il debitore Tesoro ha visto innalzarsi vertiginosamente il costo delle nuove emissioni sul cosiddetto mercato primario. Poichè la vita media del debito italiano si aggira intorno ai 7 anni, e visto che attualmente non esistono nuove emissioni a 7 anni, si possono però analizzare i rendimenti d’asta dei BTP 5 e dei BTP 10 (Figura 3), interpolando il dato “teorico” di aste a 7 anni: il costo medio delle nuove emissioni (salito recentissimamente anche oltre il 5,50%) è aumentato di un punto e mezzo abbondante rispetto ai minimi di fine 2010, sottraendo in proporzione ulteriori risorse alle potenzialità della ripresa economica.

 

 

Si può quindi correttamente sostenere che, mai come in questo frangente storico, il peso del debito sta condizionando la crescita economica italiana. Il rischio reale non pare tanto quello dell’effettivo fallimento dello Stato italiano, il cosiddetto default (incapacità del debitore di onorare i pagamenti, o in termini di rimborso delle obbligazioni in scadenza o in termini di pagamento delle cedole), quanto piuttosto quello di un “impoverimento” generale: l’economia entra in effettiva recessione, ovvero la variazione del PIL diventa negativa, per cui, anziché produrre ricchezza, a fine anno ci trova più poveri, il che protratto nel tempo inciderà irreversibilmente sullo stile di vita dei cittadini.

Tutto ciò peggiora ulteriormente se si considerano le “consistenti” scadenze del debito governativo nell’immediato futuro, cioè nel triennio 2012-13-14 (Figura 4). Il 2012 si presenta piuttosto impegnativo, con scadenze per 325 mld di euro, considerando 137 mld di BOT (di cui circa 35 ancora in scadenza nelle restanti settimane del 2011, ma, ipotizzando il loro completo rinnovo, si “scaricano” in automatico nel prossimo anno), 108 mld di BTP, 28 mld di CCT, 43 mld di CTZ (i BOT biennali) e 10,5 mld di BTP-ie (i BTP con cedola indicizzata all’inflazione europea). Il 2013 prevede allo stato attuale scadenze complessive per 150 mld di euro ed il 2014 per altri 110 mld (a questi importi annui occorre però aggiungere quello dei BOT, che rinnovandosi in automatico, scalano da un anno all’altro)

Con queste premesse è comprensibile raffigurare il Debito pubblico italiano come un “drago”, cioè uno di quegli animali mitologici, che, nelle leggende dell’antichità, diffondeva disgrazie e sofferenze fra la popolazione umana.
Non a caso, nel Seicento i ghiacciai alpini, sospinti dall’era di piccola glaciazione, giungevano a valle e distruggevano case, campi, ponti, etc, per cui nell’iconoclastia del tempo venivano rappresentati come dei draghi.

Occorre quindi “uccidere il drago”, ovvero alleggerire il peso eccessivo del debito sul nostro PIL. La vera sfida della politica economica italiana non è quindi raggiungere il pareggio del bilancio statale nel 2013, ma comprimere il peso del debito sul PIL dall’attuale 120%, portandolo ad un livello “inferiore” al PIL, diciamo almeno al 90%.

Per ottenere questo risultato, in un arco temporale di un paio di anni (entro fine 2013), non si può pensare di evitare l’utilizzo di manovre “straordinarie”: non sarà infatti l’azione sul saldo primario (cioè il saldo del bilancio statale prima degli interessi) che matematicamente potrà consentire il raggiungimento di tale obiettivo. Infatti l’attuale debito pubblico italiano pesa per circa 1.900 mld: per spingerlo al 90% del PIL occorre farlo scendere a/sotto i 1.500 mld, estinguendolo per circa 400-500 mld (si presume che il PIL possa nel frattempo aumentare un pochino). Siccome si pagano annualmente 90-100 mld di interessi, il saldo primario, sia nel 2012 che nel 2013 dovrebbe risultare di circa 300-350 mld (di cui un centinaio per pagare gli interessi e il resto per estinguere debito), ipotesi “fantascientifica”, visto che al meglio si pensa di raggiungere il pareggio di bilancio del 2013.

Difficile quindi fare ricorso ad un mix di strumenti straordinari vincolati esclusivamente all’estinzione di debito. Tra questi strumenti si possono citare: un’imposta patrimoniale (però di tipo “una tantum” e non annuale alla francese, che è altro discorso perchè incide sul saldo di bilancio); tassazioni straordinarie una tantum sui redditi molto elevati (il cosiddetto “contributo di solidarietà”); dismissioni pubbliche sia di beni immobiliari (caserme, edifici, spiagge, etc) che di partecipazioni aziendali (lasciando per ultimo, come extrema ratio, le partecipazioni nei tre gioielli di famiglie: ENI; ENEL e Finmeccanica, che tra l’altro generano notevoli flussi di dividendi, normalmente, in termini percentuali, ancora superiori al costo del debito); lotta acerrima all’evasione (noncuranti, per il momento, della contraddizione connessa al fatto che pagare le tasse è un dovere imposto dalla Costituzione e che quindi la lotta all’evasione fa parte della “normale” attività della struttura fiscale); al limite anche forme e metodologie discutibili, come i famigerati “condoni”, osteggiati perché accusati di legittimare cittadini non in regola con il fisco.

Come si intuisce abbastanza facilmente, questi strumenti straordinari hanno effetti sociali di redistribuzione. Un po’ perché non si toccano gli attuali servizi e le altre erogazioni ai ceti meno abbienti, un po’ perché il prelievo straordinario per forza di cose non può che andare a raccogliere risorse finanziare dove ancora se ne trovano.

Insomma, se il debito pubblico è il nostro drago, purtroppo all’orizzonte non si profila ancora il San Giorgio che lo possa sconfiggere.

                                                 Carlo Crovella

 

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