Senza che molti se ne siano accorti, con l’aprile del 2000 è finita un’era. La Borsa americana comincia a cadere, una caduta che, a ritmi più o meno rapidi, si protrae fino a tutto il 2003. Questa caduta determina non solo analoghi arretramenti delle principali Borse mondiali ma anche rallentamenti sensibili nella crescita delle economie reali dei paesi avanzati e in particolare in Europa.

Lo dimostra chiaramente la Figura 1 nella quale (come nel resto di questa scheda) sono rappresentate le variazioni percentuali annuali - in volume - del prodotto lordo per le cinque maggiori economie dell’Unione Europea, ossia Germania, Francia, Regno Unito, Italia e Spagna, nonché il valore medio dell’Unione Europea “vecchio profilo”, ossia a 15 membri.

Si osservano tassi di crescita piuttosto elevati e in aumento (tranne che per la Germania) nel 1999 e nel 2000; poi si entra nella zona che nel grafico è ombreggiata in verde e che mostra due anni di vorticosa caduta, che diventano tre per la Germania e per l’Italia i cui valori giungono in prossimità di zero. Per l’Unione Europea in generale la velocità di espansione dell’economia si dimezza. Ha inizio poi un periodo di ripresa e si entra nella zona ombreggiata in rosa: una ripresa disuguale in cui ogni paese presenta un proprio percorso particolare, al termine del quale nel 2006 i cinque paesi ritornano a tassi di crescita prossimi, ma pur sempre inferiori, a quelli del 2000.

I casi dei due paesi meno dinamici, ossia Italia e Germania, sono illustrati nella Figura 2: una caduta ben superiore alla media dell’Unione Europea e una ripresa che, nel 2004, non basta ad annullare il divario con questa media. Qui il sentiero tedesco diverge da quello italiano, in quanto la Germania si avvicina ai valori europei nel 2005 e, con uno “scatto finale” li raggiunge nel 2006. L’Italia, al contrario, ricade pesantemente nel 2005 con valori in prossimità di zero e solo nel 2006 sembra ricollocarsi sul sentiero della crescita.

Andiamo ora a esaminare, nella Figura 3, gli altri grandi dell’economia europea. La Francia, curiosamente mostra valori quasi esattamente uguali alla media europea, dalla quale si lascia superare in maniera lievissima nel 2005 e nel 2006. La Spagna, dal canto suo, si mantiene decisamente sopra la media, risente meno degli altri della fase di caduta e recupera quasi subito tassi di crescita superiori al 3 per cento. La crescita britannica diminuisce anch’essa di poco negli anni 2001-02, accelera prima degli altri, ossia già nel 2003, consolida questa ascesa nel 2004 ma poi, nel 2005 e nel 2006 converge rapidamente verso la più bassa media europea.

Una sintesi di questi risultati è data dalla Figura 4: ponendo pari a 100 il prodotto lordo delle cinque maggiori economie europee nel 1998, si ottengono risultati nient’affatto convergenti, Nel 2006, l’Italia raggiunge appena quota 110,8 con un tasso di crescita annuo di appena l’1,3 per cento, per di più dovuto in maniera preponderante all’aumento dell’occupazione anziché all’aumento della produttività. All’altro estremo, la Spagna fa registrare un tasso medio del 3,8 per cento che le consente di raggiungere il livello di 134,5; certo, il paese iberico partiva da livelli molto bassi ma il suo primo ministro può legittimamente affermare, nell’autunno del 2006, che il suo paese supererà l’Italia, quanto meno in termini di prodotto per abitante, nel giro di due o tre anni (vedi scheda Spagna). In mezzo, con valori fortemente differenziati, si collocano gli altri tre paesi.

Questa mancanza di uniformità è un problema non piccolo per l’Europa: è legato alla diversità delle strutture produttive e potrebbe portare a diversità e contrasti non trascurabili in futuro.

                                                Mario Deaglio

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