Il 5 luglio 2015 il primo ministro greco Alexis Tsipras si ritrovò in una situazione incredibilmente simile a quella dei politici inglesi che parteggiavano per la Brexit un anno dopo: aveva vinto un referendum che aveva fortemente caldeggiato (quello per il rifiuto di siglare l’accordo proposto dagli altri 27 Stati il 25 giugno 2015 sul terzo bailout greco), senza aver preparato alcun piano per un’eventuale vittoria. Ad un anno di distanza, può essere interessante riesaminare quella situazione, cosa la generò, e vedere cosa è successo nel frattempo.

Tsipras diventò primo ministro greco il 26 gennaio 2015, in quanto leader del nuovo partito di sinistra Syriza, dopo una campagna elettorale caratterizzata da un dibattito costante sulle ultime misure richieste al paese dalla cosiddetta Troika, formata da FMI, BCE e Commissione Europea, ritenute punitive per i partiti all’opposizione. Da un punto di vista economico, rispetto al 2007 la Grecia aveva perso il 28% del suo PIL e dal 2009 aveva visto crescere costantemente il tasso di privazione materiale* (Figura 1), ma si trovava su una traiettoria relativamente stabile. Due degli ultimi quattro trimestri avevano registrato una crescita confortante e superiore alla media europea (Figura 2). Anche la disoccupazione (Figura 3) e la disoccupazione giovanile (Figura 4), erano in calo dal 2013, seppur restando a livelli estremamente alti (25.8 e 50.9% rispettivamente). Il giovane premier e il suo ministro delle finanze Yanis Varoufakis iniziarono tuttavia una campagna aggressiva nei confronti delle organizzazioni internazionali dai primi giorni del loro mandato. Queste, dopo una fase iniziale caratterizzata da un approccio moderato, si irrigidirono notevolmente a cominciare dalle sette riforme proposte dal nuovo governo guidato da Syriza, ed inviate all’Eurogruppo il 6 marzo 2015. Sei prevedevano un aumento della spesa pubblica, mentre la settima consisteva in un inasprimento della lotta all’evasione fiscale ricorrendo all’aiuto dei cittadini greci.

Con il senno di poi, sappiamo che i cinque mesi successivi alla salita al potere di Tsipras furono un vero disastro per il paese ellenico e per l’Unione Europea: la BCE iniettò infatti 83 miliardi nel sistema bancario greco tramite l’ELA (Emergency Liquidity Assistance) per permettere la sua sopravvivenza, 54 miliardi di depositi in conti correnti greci si trasferirono all’estero, il fondo greco per la stabilità finanziaria perse 11 miliardi, ed il mercato azionario ellenico perse quasi 13 miliardi. A livello di finanze pubbliche, il paese passò da un avanzo primario del 2% ad un deficit del 3%, determinato soprattutto da soldi spesi per la riassunzione di dipendenti pubblici licenziati dai precedenti governi e per un aumento delle pensioni.
In un clima sempre più teso il ministro Varoufakis decise di preparare un piano d’emergenza per l’uscita della Grecia dall’Eurozona, redatto con l’aiuto di una task force composta da poche persone fidate, della quale faceva parte James Kenneth Galbraith. Da alcune intercettazioni dell’ex ministro pubblicate a fine luglio 2015 sul quotidiano Ekathimerini, il principale giornale ellenico, sappiamo che parte del piano prevedeva di appropriarsi dei numeri di registro fiscale di tutte le imprese e contribuenti greci e creare nottetempo un sistema bancario parallelo, le cui finanze avrebbero dovuto essere riconvertite in dracme. Dall’ultimo libro dello stesso Galbraith uscito ad inizio luglio 2016 (Welcome to the Poisoned Chalice: The Destruction of Greece and the Future of Europe) sappiamo inoltre che il piano prevedeva la dichiarazione dello Stato d’emergenza, la nazionalizzazione della Banca di Grecia, la conversione della valuta in neo-dracme ed una serie di misure straordinarie per cercare di contenere lo shock negativo. Nel libro Galbraith nota tuttavia che Tsipras non volle mai neppure essere informato dei dettagli del piano, nonostante avesse dato mandato nel dicembre 2014 a Varoufakis di essere pronto anche a quell’opzione. Il risultato fu che alla prima riunione dell’Eurogruppo dopo il referendum il neo-ministro delle finanze greche, Euclid Tsakalatos, si presentò senza alcun piano alternativo a quello rifiutato il 25 giugno. Il 12 luglio, Alexis Tsipras dovette firmare un accordo molto più punitivo di quello rifiutato due settimane prima, anche perché la Grecia era nel frattempo piombata nel caos ed aveva dovuto introdurre dei controlli sul movimento dei capitali, controlli che seppur allentati permangono tuttora. Il terzo trimestre 2015 si confermerà il peggiore in termini di crescita degli ultimi 3 anni, con un -1.26%.

L’accordo siglato prevedeva un esborso complessivo di 86 miliardi di euro da luglio 2015 a giugno 2018, ma a delle condizioni estremamente dure considerando la nuova situazione dell’economia greca, ed un quarto bailout rimane probabile. Nel settembre 2015 la Grecia ha affrontato nuove elezioni, che hanno permesso a Syriza di estromettere l’ala più radicale del partito, compreso Varoufakis, e di raggiungere un accordo per un governo di coalizione con il partito di destra ANEL. I maggiori sforzi si sono concentrati sul cambiamento della legge elettorale, avvenuto il 21 luglio, senza tuttavia aver ottenuto la super-maggioranza necessaria per poterla applicare dalle prossime elezioni (si applicherà da quelle successive, ma il prossimo governo potrebbe decidere di ripristinare il vecchio sistema). Nei confronti delle organizzazioni internazionali il braccio di ferro continua sulla maggior parte dei temi inclusi nel memorandum firmato un anno fa. Il porto del Pireo è stato privatizzato, ma le pensioni rimangono un punto di scontro costante. Per quello che riguarda l’avanzo primario, è della seconda settimana di luglio la notizia che Euclid Tsakalotos ha nuovamente chiesto una sua graduale riduzione dall’attuale 3.5% al 2.5% per il 2019-2021 e del 2% dal 2022. La situazione macroeconomica rimane inoltre molto complessa, con prospettive modeste ed un debito in crescita (Figura 5) anche nel secondo trimestre di questo anno. In una pubblicazione del FMI del luglio 2016 la Grecia risulta il secondo peggior paese europeo sia per tasso di crescita del prodotto lordo sia per la crescita della produttività totale dei fattori. Con questa coalizione al governo è difficile prevedere cambiamenti di rotta sostanziali, ma secondo gli ultimi sondaggi il partito con maggiore gradimento al momento è Nea Demokratia (centro-destra), sotto la guida del nuovo leader Kyriakos Mitsotakis. Laureato ad Harvard e Stanford ed ultimo rampollo della famiglia Mitsotakis, si distacca sostanzialmente dalla linea politica di padre e sorella ed in generale del partito, con un programma particolarmente liberale.

 

*Le deprivazioni materiali permettono di misurare l'esclusione sociale in termini più assoluti che non per esempio il rischio di povertà, calcolato sulla base di una soglia relativa. Si parla di deprivazione materiale quando il mancato possesso di beni di consumo durevoli o l’assenza di condizioni di esistenza minime sono imputabili ad una mancanza di risorse finanziarie. In ambito europeo, queste sono (sinteticamente) le categorie considerate:
-Difficoltà finanziarie
-Mancato possesso di beni di consumo durevoli
-Problemi seri legati all'abitazione principale e ai suoi dintorni
-Numero di stanze dell’abitazione, abitazione sovraffollata

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