Le previsioni dell'Economist per il 2012

Dall'estate in poi l'attenzione dei mercati finanziari è concentrata sul problema dei debiti governativi europei: sembra essersi defilato l'altro grande problema delle economie occidentali, ovvero la sensibile revisione delle stime circa la crescita economica USA.

L'ultima survey sulle previsioni economiche, cioè l'indagine elaborata sistematicamente dall'Economist, è l'occasione adeguata per rifare il punto su questo argomento.
Come già anticipato in altre corrispondenti schede, periodicamente l'Economist interroga gli uffici studi di primarie istituzioni economico-finanziarie e riporta le loro risposte in modo "anonimo", sottoponendole ad alcune elaborazioni statistiche, di cui la più semplice, ma anche la più interessante, è il calcolo dei valori medi. Tali valori, essendo le medie delle previsioni di accreditati addetti ai lavori, possono essere ragionevolmente considerate come "valori di mercato", cioè come quei numeri che rappresentano l'opinione media del mercato.

E' orami assodato che, in generale, il 2012 sarà un anno di rallentamento del tasso di crescita: le previsioni sulla PIL mondiale (Figura 1), calcolate sul 95% delle economie del pianeta, puntano in direzione di un ritmo annuo 2012 del 3,5%, contro livelli del 4,5%-5% registrati a cavallo fra 2010 e 2011.

E' evidente che, nel generale rallentamento del tasso di crescita mondiale, si annida il problema specifico riguardante le economie industrializzate, cioè l'Occidente, che sta viaggiando sul filo delle stagnazione, con sensibili rischi di cadute recessive.
Per evitare di disperdersi in mille considerazioni, è opportuno restringere l'analisi alle tre principali economie che rappresentano il cuore dell'Occidente: USA; Europa e Giappone, cui aggiungiamo l'Italia, non tanto per motivi campanilistici, ma per avere un immediato colpo d'occhio sull'effettiva situazione di crisi del nostro Paese, sia in termini di andamento congiunturale, che di condizionamento del debito sul PIL.
La visione della serie cronologica permette di percepire il netto raffreddamento dei previsori circa l'andamento delle economie in questione. Sul piano metodologico, si precisa che l'Economist inizia a pubblicare le previsioni sull'andamento del PIL di un determinato anno a partire dal marzo dell'anno precedente (in pratica: le previsioni sul PIL 2011 iniziano ad essere pubblicate dal marzo 2010 e così via).

Fra le previsioni sul PIL 2011 (Figura 2) si evidenzia subito il "tracollo" del PIL giapponese, collegato al violentissimo terremoto del marzo 2011. Tuttavia il dato più rilevante, sul pano analitico, è la netta revisione delle stime sul PIL USA: dai valori a cavallo del 3% (livello consideravo come sintomo di un andamento in salute per l'economia USA), si è velocemente scesi poco sopra l'1,5%, con un lieve rimbalzo nelle ultime rilevazioni (1,7%).
In effetti, il quadro economico americano non brilla affatto: il debito governativo sta salendo oltre il 100% del PIL, i continui pacchetti economici non sembrano produrre effetti, la disoccupazione resta elevata (9%), i consumi privati vivacchiano in modo stentato. Insomma se Atene (l'Europa economica) piange, Sparta non ride.

Sempre nel corso del 2011, le previsioni sul PIL europeo si sono ridotte dal massimo dell'1,9% di inizio estate all'attuale 1,6%: si tratta quindi di un calo percentuale molto inferiore alle previsioni USA, grazie alla tenuta congiunturale prevista per i "grandi" dell'Europa (il PIL tedesco 2011 è ancora stimato al 2,9% finale).

In questo mare tempestoso, il problema italiano sembrerebbe a prima vista potersi nascondere in qualche anfratto: in realtà le previsioni Economist sul nostro PIL si sono quasi dimezzate, passando dall'1,1% di inizio anno all'attuale 0,6%.

Il clima di sensibile rallentamento economico delle tre principali aree dell'Occidente è atteso in ulteriore appesantimento anche nel 2012
(Figura 3). In realtà fa un po' gara a sé il Giappone, per il volano della ricostruzione post terremoto, con attese di PIL 2012 in area 2%-2,5%. Viceversa l'economia americana vede ridurre le stime sul PIL 2012 dal 3% abbondante di inizio 2011 all'attuale 1,8%, anche se vedremo nelle righe successive che la disaggregazione di tale numero nasconde una frenata molto brusca a cavallo fra 2011 e 2012 ed un successivo rimbalzo, che potrebbe rivelarsi anche molto veemente.

Le stime sul PIL europeo 2012 recepiscono le ripercussioni dei recenti gravi problemi sui debiti governativi. Tali problemi, che si accentrano naturalmente sulle stime dei PIL riferiti ai Paesi sotto pressione (Italia, etc), coinvolgono però l'intera squadra europea.
 

L'Unione monetaria è infatti un "contenitore" con un sistema interno di vasi comunicanti: di conseguenza il meccanismo per cui il peso dei debiti sottrae risorse alla crescita condiziona non solo i Paesi con i debiti esorbitanti, ma anche gli altri chiamati in soccorso dei colleghi in crisi. Per tale motivo anche la virtuosa Germania, il cui PIL 2012 era stimato pari al 2% ad inizio 2011, ora deve accontentarsi di una previsione poco sotto l'1%. A livello complessivo le attese del PIL europeo 2012 sono calate dall'1,7% di inizio anno all'attuale 0,4%.

La criticità della situazione italiana si riassume nell'andamento delle previsioni sul PIL 2012, passate dal +1,3% di inizio 2011 all'attuale -0,3%. In pratica i mercati stimano che il prossimo sarà per noi un anno di recessione piena: ciò sembra inevitabile, sia nel quadro in cui non si risolverà il problema del debito (e gli ingenti interessi continueranno a "divorare" le risorse a scapito della crescita), sia nel contesto in cui il Governo, proprio per tentare di risolvere il problema del debito, attuerà una rigida politica fiscale, che nel breve avrà un inevitabile effetto stritolante sull'economia. L'auspicio è naturalmente quello che la cura, proprio perchè "severa", risulti efficacie sul piano strutturale.

Infine, utilizzando i risultati della survey dell'Economist, si può elaborare un'interessante disaggregazione dei dati, mettendo in luce l'andamento decisamente altalenante che tali previsioni implicitamente attribuiscono all'economia americana.

Sul piano metodologico, occorre ricordare che i dati dell'Economist sono riferiti a tassi medi annui di crescita del PIL. Questi ultimi derivano dalla media dei quattro tassi tendenziali (pari alla variazione del PIL di ciascun trimestre rispetto al PIL dello stesso trimestre dell'anno precedente: in inglese Year on Year, Y onY), che a loro volta sono influenzati dal tasso trimestrale (PIL del trimestre confrontato con il PIL del trimestre precedente: in inglese Quarter on Quarter, Q on Q). Quest'ultimo può essere considerato come il "vero" ritmo di crescita dell'economia esaminata in quel momento. Si ricorda infine che la metodologia americana riporta il tasso trimestrale annualizzato (PIL del trimestre raffrontato al trimestre precedente e moltiplicato per quattro, come se il ritmo in corso durasse per un anno).

Facendo riferimento alla metodologia europea, è possibile combinare i dati storici (che oggi come oggi, si fermano al terzo trimestre 2011) con i dati annui previsti dalla survey dell'Economist sia per il 2011 che per il 2012. In pratica, partendo dai dati annui, si simula matematicamente uno fra i tanti possibili ritmi congiunturali (Q on Q), e di conseguenza tendenziale (Y on Y), tali per cui il risultato annuo corrisponda alle stime dell'Economist.

Ebbene (Figura 4), l'economia statunitense è attesa ad una sensibile contrazione nell'ultimo trimestre 2011 (secondo la simulazione pari anche a -1% Q on Q, corrispondente ad un -4% secondo la metodologia USA: -1%*4= -4%), seguita da una significativo e progressivo rimbalzo, che dovrebbe culminare con un aumento dell'1,8% Q on Q nell'ultimo trimestre 2012 (corrispondente ad un +7,2% secondo la metodologia americana: 1,8%*4= 7,2%).

L'ultimo trimestre 2011 dovrebbe risultare "recessivo" anche per il PIL europeo, ma in tono decisamente più contenuto (-0,1% QoQ). La ripresa 2012, seppur di segno positivo, sarà nettamente più moderata rispetto agli USA (PIL europeo dell'ultimo trimestre 2012: +0,3% Q on Q).
Il confronto grafico (Figura 5) evidenzia ancora una volta a colpo d'occhio il contrasto fra il ritmo Q on Q degli USA, in caduta a fine 2011 e poi in vistoso rimbalzo, e quello europeo che oscilla a ridosso della linea dello 0%: tenendo tuttavia in conto che la popolazione americana aumenta ogni anno dell'1,5 - 1,8%, la differenza in rapporto ad abitante è molto minore.

Come reagiranno i mercati, che da agosto sono concentrati quasi esclusivamente sui debiti pubblici di Grecia e Italia, quando sarà palese a tutti che l'economia americana è a rischio di (momentanea) recessione? Al momento, dato il nervosismo diffuso e molto intenso, è veramente arduo sbilanciarsi. Tuttavia il buon senso dovrebbe far temere un'improvvisa ondata di sfiducia sugli asset statunitensi nell'immediato futuro ed un loro successivo ritorno di fiamma, man mano che giungeranno le statistiche 2012 in grado di confermare il rimbalzo oggi solo abbozzato.

                                                 Carlo Crovella

 

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