Nei primi sei mesi del 2010 la situazione delle finanze pubbliche di diversi paesi della zona Euro ha suscitato seri dubbi e preoccupazioni.  Il dibattito si e` concentrato sopratutto sugli ampi disavanzi di bilancio nel 2010 di Irlanda (19% del PIL), Spagna (9,9%), Portogallo (7,9%) e Grecia (10,2 % - Figura 1).

Quest'ultimo paese è quello che ha suscitato un clamore maggiore anche perchè abbina al disavanzo di bilancio un sostanzioso debito pubblico che rappresenta il 113,4% del PIL.
La Grecia condivide questo infelice primato europeo di debito con l'Italia (115,2%), quest'ultima pero' ha un disavanzo di bilancio piu' limitato (5,2% del PIL) che regge bene il confronto anche con quello francese (8,4%) e perfino con quello tedesco (5,6 %).
Sia la Grecia che l'Italia hanno un passato di finanza allegra (nel caso italiano la crescita del debito da 60 a 90 % del PIL avvenne negli anni '80).  Mentre l'Italia dimostra ormai da molti anni un comportamento relativamente parsimonioso, la Grecia non sembrava ravvedersi, inducendo i risparmiatori a chiedere interessi sempre piu' elevati per detenere i suoi titoli (Figura  2). Da qui le insistenti richieste da parte dei mercati e della Germania di porre ordine nelle dissestate finanze dei paesi citati sopra, in particolare della Grecia.

La riduzione dei disavanzi di bilancio porta due principali benefici: una riduzione o minor crescita dei debiti ed una riduzione o minore crescita degi interessi passivi che gli stati devono pagare.
Sembrerebbe un semplice dibattito tra vizio (i paesi in deficit) e virtu' (la Germania ed i paesi con conti simili ad i suoi).
Si potrebbe quindi concludere che la semplice introduzione di una rigorosa disciplina fiscale ed una riduzione dei disavanzi potrebbero risolvere tutti i presenti problemi dell' Euro. Tutti i dati finora citati sono disavanzi e debiti espressi come percentuali del PIL. Infatti disavanzi e debiti vengono ad assumere qualche significato quando vengono confrontati con la ricchezza prodotta in un anno dal paese, il PIL. Molte delle manovre che i paesi con disavanzo, Grecia in testa, effettuano ed effettueranno potranno avere effetti recessivi, inducendo una riduzione o una mancata crescita del PIL.

Nel caso di paesi con debiti grandi ma non enormi (Irlanda, Portogallo e Spagna) il problema e` relativamente meno grave. Tagliato il disavanzo, ci si dovrebbe trovare con un problema sostanzialmente risolto, sia pur a prezzo di grossi sacrifici.
Diversa e` la situazione dei paesi con debiti molto ampi (Grecia ed Italia); per essi un rallentamento ulteriore della gia' misera crescita puo' significare un peggioramento dello stesso rapporto debito/pil  che si cerca di far migliorare.

La crescita che non c'e`
Il reddito di  un paese cresce o perche' questo riesce ad introdurre innovazione tecnologica, o perche' la popolazione cresce o perche' il capitale della nazione cresce. Sappiamo che in molti dei paesi periferici con problemi di disavanzi, Italia e Grecia in testa, lo sviluppo tecnologico e` modesto. La popolazione di questi paesi, di per se', diminuirebbe e si mantiene stabile o in lieve crescita solo grazie all'immigrazione (meno del necessario secondo autorevoli studi). Per far crescere le economie di questi paesi non resterebbe che la crescita del capitale, che puo' solo avvenire tramite l'investimento. Questo dipende fondamentalmente da due variabili: il  tasso di interesse ed il PIL. In questi paesi  i tassi di interesse sul debito sono molto elevati e cio' ostacola l'investimento. Il PIL, la produzione, non puo' crescere in presenza di una domanda aggregata con due componenti (quella estera e quella pubblica) in perenne contrazione.  Dobbiamo quindi constatare e prevedere che anche gli investimenti ristagnino o diminuiscano in questi paesi con disavanzi o/e indebitati. Ristagnando tecnologia, popolazione e capitale, l'assenza della crescita diviene una certezza.

Un'occhiata alle altre due grandi economie ricche: USA e Giappone

Per comprendere meglio la situazione europea e` opportuno allargare gli orizzonti  e guardare alle situazioni delle altre due maggiori economie mondiali: USA e Giappone.
Il caso USA e` del tutto speciale, perche' con un disavanzo dell'8.8% del PIL ed un debito pari all'52, 9%  (secondo il Fondo Monetario Internazionale rappresentava pero' gia' 61,87 %  del PIL nel 2007) sembrerebbe che dovrebbero sedere a buon diritto sul banco degli imputati, quando si parla di paesi spendaccioni; va pero' notato che gli USA non solo hanno ricevuto ingenti somme a prestito, ma sono anche creditori di ingenti somme. Cosi' il loro indebitamento netto (debiti meno crediti) nel 2007, prima della crisi finanziaria, rappresentava  solo il 42.33% del loro PIL. Si potranno sollevare dei dubbi sull'effettiva solvibilita' di alcuni creditori degli USA (es. Ucraina, Egitto, Iraq ed Afganistan). Comunque la loro condizione di unica superpotenza del pianeta e di emittente della valuta di riserva li mette, per il momento, al riparo da un'analisi strettamente economica che li vedrebbe forse in qualche difficolta'. 

Piu' interessante e' forse  il  caso del Giappone con un debito pubblico che nel 2007 equivaleva a piu' del 187%  del suo PIL , nel  2009 a 192,10 % ed oggi equivale ad almeno il  200% del PIL. Nel 2007 a fronte di un debito (lordo) del 187% del PIL , il debito netto era "appena" dell'80,36 % del PIL. Il Giappone e` infatti uno dei grandi creditori del mondo, prestando soldi a diversi paesi ed in particolare agli USA.  Infine va ricordato che il Giappone ha due punti di forza: un risparmio nazionale che nel 2010 e` quasi il 23% del PIL (contro un risparmio USA che e` appena il 10.4% del PIL) ed un avanzo delle partite correnti  della bilancia dei pagamenti, questo nel 2010 e` pari al 3.5% del PIL ( negli USA e` -3,2 % del PIL, un disavanzo - Figura 3).
I risparmiatori sanno che gli USA come poliziotti e banca centrale del mondo non possono, per ora, fallire e che il Giappone e` un creditore affidabile, perche' con la sua capacità di risparmiare e di esportare puo' ben pagare gli interessi sul debito ed eventualmente rimborsarlo. Per questo richiedono da questi due paesi tassi modesti (3.18 % dagli USA ed 1,19%  dal Giappone).

 

 

La Grecia non solo ha disavanzo e debito, ma anche un disavanzo delle partite correnti (pari a 7% del PIL) e poco risparmio (appena il 6.4% del PIL). In queste condizioni non c'e` da stupirsi, se la Grecia riceve dai mercati il peggior trattamento, dovendo pagare, per poter prendere denaro a prestito, un tasso di interesse pari all'8,15%, quando in Europa, la Germania, il paese piu' solvibile, puo' indebitarsi al 2,56%. Per indebitarsi pagando interessi bassi, conta il risparmio, conta il saldo della bilancia dei pagamenti e conta il debito accumulato, quello netto in particolare.

La competitivita` internazionale

La competitivita` sui mercati esteri e' data dalla qualità ed innovativita` del prodotto, dal suo prezzo e dal tasso di cambio. Gli ultimi due elementi sono riassunti dal cosi' detto "cambio reale". Nel caso dell'Italia il cambio reale  è dato da:

Cambio Reale = Cambio dell'Euro* X Prezzo prodotti italiani / Prezzo dei prodotti esteri

*Qui inteso come quantità di valuta estera necessaria per acquistare un euro

L'innovativita` del prodotto e`poca in un paese caratterizzato da piccole e piccolissime imprese, specializzate in settori molto tradizionali e con una bassa spesa in ricerca e sviluppo nel settore pubblico e con una bassissima nel settore privato.  Dipendiamo dal cambio reale. Oggi l'Euro (Figura 4) ha rispetto al dollaro piu' o meno lo stesso valore che aveva  al momento della sua creazione, nel 1999, ed a fine 2003, momenti quando la situazione finanziaria era relativamente piu' tranquilla. Le esportazioni e le importazioni dell'Italia non in Euro, principalmente in Dollari, sono circa la meta' del totale. Inoltre all'interno della zona euro vi sono sia paesi considerati  "virtuosi" come la Germania, sia paesi considerati come poco solvibili, come la Grecia. Per capire cosa cambia tra i primi ed i secondi bisogna quindi far riferimento ai prezzi che li distinguono e non al cambio euro/dollaro che li accomuna. 

La Figura 5 descrive quanto sono aumentati in termini percentuali i prezzi di diversi paesi  dal 1999 al 2009 e di quanto siano aumentati i prezzi relativi di ogni paese rispetto a quelli tedeschi. Possiamo osservare che dal 1999 i prezzi USA sono aumentati un po' piu' di quelli  italiani e che il cambio reale dell'Italia con gli USA dal 1999 ad oggi  si è addirittura deprezzato lievemente, favorendo le nostre esportazioni verso quel paese.

All'interno della zona euro si puo' osservare che in dieci anni i prodotti francesi sono divenuti relativamente piu' cari di quelli tedeschi del 2%, quelli italiani del 7% , quelli  portoghesi del 9%, quelli irlandesi del 13%, quelli spagnoli del 14% ed in fine quelli greci del 16%. Una considerevole perdita di competitivita'. Questi stessi anni hanno coinciso con una difficolta` dei paesi meridionali ed occidentali della zona euro ad esportare (Figura 6). Spagna e Grecia, gia' all'ingresso nell'euro avevano dei saldi negativi, che sono poi peggiorati.

I casi di Francia ed Italia (Figura 7) sono pure significativi; questi due paesi sono entrati nell'euro con avanzi della bilancia dei pagamenti, che nel corso degli anni sono peggiorati in modo quasi lineare e parallelo. Nel 2010 circa il 45% del commercio estero italiano avviene con paesi dell'eurozona ed altre vendite sono effettuate in euro a paesi che non appartengono all'eurozona.
La bilancia dei pagamenti del Regno Unito era  in disavanzo nel 1999 e cosi' e' rimasta lungo tutto il decennio considerato, non ha pero' mostrato una chiara tendenza a peggiorare come quella francese o italiana.

E` legittimo affermare che, per alcuni paesi meridionali ed occidentali della zona euro, l'adozione della valuta unica, in assenza di misure atte a condurre la crescita della loro produttivita` in linea con la crescita di quella tedesca, ha coinciso con una progressiva perdita di competitivita' e di domanda estera. Questa e` un'importante componente della domanda aggregata, ossia di quella domanda che normalmente si rivolge alle imprese di un paese.

In queste condizioni,  se non si agisce sulla produttivita` e sulla competitivita` dei paesi periferici le loro bilance dei pagamenti non possono che continuare a peggiorare, almeno per la componente delle vendite in euro. Potranno si' trarre qualche beneficio da un cambio Euro /dollaro ed euro/ renmimbi, la valuta cinese strettamente collegata al dollaro, che ultimamente  si sono deprezzati, tornando ai valori che avevano sette o dieci anni orsono.
La meta' del commercio estero italiano pero' non trarra' alcun beneficio dal deprezzamento dell'euro rispetto alle altre valute, perche' avviene in euro.

A fronte di una domanda estera che andava via via riducendosi, i paesi in questione (per esempio Italia e Grecia) vedevano limitarsi il ventaglio delle scelte a loro disposizione; il mantenimento di un certo livello di spesa pubblica e di disavanzo pubblico restava una delle possibilita'  piu' immediate per far si' che la loro domanda aggregata non diminuisse troppo. Ecco cosi' che questi paesi non miglioravano o peggioravano i loro conti pubblici, anche nel tentativo di compensare gli effetti recessivi di una domanda estera che diminuiva sempre piu'.  Si comprende perche` il rapporto debito/PIL di vari paesi non possa facilmente decrescere.

Conclusione

Non e` pensabile che i paesi periferici del sud e dell'ovest dell'eurozona (Grecia, Italia, Spagna, Portogallo, Irlanda e forse anche Francia) restino all'infinito in una condizione ed in un meccanismo di cambio che vede la loro competitivita` peggiorare costantemente, li vede accumulare disavanzi e debiti con l'estero e li vede incapaci di crescere  e di ridurre il peso del debito pubblico che attanaglia alcuni di essi. Cosi' come concepito ora, l'euro non puo' sopravvivere. Potra' farlo, se cambiera' radicalmente.

                                              Gustavo Rinaldi

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