(e le risposte dei nostri lettori)

Un  bonus statistico
“Anno bisesto, anno funesto”. Il detto popolare potrebbe non essere valido per la congiuntura, dal momento che il 29 febbraio cade di venerdì ed è quindi un giorno lavorativo in più. Nei paesi ricchi, tolti 52 sabati, 52 domeniche e un appropriato numero di giorni di ferie e festività, restiamo con circa 200 giorni lavorativi all’anno. Pertanto un giorno in più equivale a un aumento produttivo dello 0,5 per cento circa.

Questo bonus statistico non basta certo a garantire buoni risultati. Anzi, il 2008 è iniziato sotto una nube di interrogativi pesantissimi. L’economia pare schiacciata dal doppio peso del petrolio e del dollaro, ambedue avviati su percorsi apparentemente inarrestabili, di crescita di prezzo il primo, di decrescita del cambio il secondo.

Il prezzo del petrolio  sempre più alto
Come mostra chiaramente la Figura 1, la crescita degli ultimi anni sembrava seguire un andamento regolare e sembrava rispondere a andamenti strutturali di lungo periodo, ossia un maggiore aumento della domanda rispetto all’offerta. Proprio grazie alla sua gradualità, le economie avanzate erano riuscite a impedire che ne derivassero rilevanti pressioni inflazionistiche.

Nel 2006, una breve inversione di tendenza aveva generato la convinzione che il rialzo si sarebbe stabilizzato attorno ai 55-70 dollari al barile. Poi le quotazioni dell’oro nero sono ripartite a razzo e all’inizio del 2008 ci troviamo con valori attorno ai 100 dollari e gli operatori hanno cominciato ad avere veramente paura. Che cosa determina quest’aumento? Nessuno sembra saperlo proprio bene; certo un ruolo lo gioca la “speculazione”: oggi è possibile, a operatori anche piccoli, scommettere sul prezzo futuro del petrolio e molti, in fuga da Borse sempre più instabili, si sono buttati sulle materie prime. In parte può influire l’instabilità politica mediorientale che rimane elevata e la debolezza di un presidente americano a fine mandato; in parte un inverno rigido che ha fatto aumentare la domanda di combustibili. La nostra sommessa impressione è che questo terzo fattore sia di particolare rilevanza e che, alla fine dell’inverno, la quotazione si assesterà, almeno per qualche mese su livelli inferiori a 100 dollari al barile.

Il cambio del dollaro  sempre più basso.
Mentre il petrolio sale, il dollaro scende. Una discesa attesa da tempo, in base all’analisi del “fondamentali”, ossia degli andamenti di fondo dell’economia americana, ma che è diventata più profonda e rapida dopo la crisi dei mutui subprime e i segnali sempre più espliciti  di recessione imminente; quest’eventualità è stata ammessa dal presidente Bush il 4 gennaio 2008, il che ha provocato un forte calo delle Borse di tutto il mondo. La Figura 2 mostra come il dollaro abbia infranto tutti gli “argini di sicurezza”.

L’ultima “trincea” (quota 1,4 contro euro) era ritenuta, un paio d’anni fa, insopportabile per l’economia europea. In realtà l’Europa sembra procedere abbastanza bene, sia pure a passi lenti, come una vecchia signora attempata. Ma il 2008 è iniziato con un certo sgomento tra gli operatori finanziari, anche perché la “combinata” dollaro-petrolio appare tale da poter ammazzare l’economia europea, per l’azione congiunta di un dollaro basso (che induce stagnazione per la difficoltà a esportare) e di un petrolio caro (che provoca inflazione). Stagnazione + inflazione = stagflazione,  la più brutta bestia dell’economia moderna.

 

L’incognita del settore edilizio
A questo si aggiunge il crollo della domanda di nuove abitazioni negli Stati Uniti, dovuto alla crisi dei mutui subprime, che ha portato a una forte contrazione dell’attività edilizia, scesa ai livelli più bassi da dodici anni, e, nel solo mese di novembre 2007, alla perdita di quasi 50mila posti di lavoro. Dall’edilizia, l’andamento negativo si trasferisce ai settori fornitori e nessuno può dire se si limiterà a provocare un rallentamento, come sperano molte previsioni ottimistiche, oppure una vera e propria recessione.

L’Europa non seguirà necessariamente la stessa strada, perché i meccanismi della crisi subprime non si sono trasferiti su questa riva dell’Atlantico. Dalla Figura 3 si può constatare che i movimenti del settore delle costruzioni sono molto più bruschi nel Nuovo Mondo che nel Vecchio Continente. Per questo l’Europa ha buone probabilità di cavarsela con un semplice rallentamento. Con un rallentamento probabilmente ancora minore se la caveranno le economie asiatiche, con l’eccezione possibile del Giappone che mostra segni di crescente debolezza strutturale.

Un ventaglio di previsioni…
Non fa meraviglia che in quest’orizzonte complicato le previsioni siano varie e incerte. Per l’OCSE, un’autorevole organizzazione internazionale che ha al suo attivo previsioni abbastanza azzeccate negli ultimi anni, la prospettiva è quella dell’”atterraggio morbido”: l’economia americana riuscirà a rallentare gradualmente senza schiantarsi. Per conseguenza, Stati Uniti, area euro e Giappone dovrebbero trovarsi, nel corso del 2008 accomunati da una crescita attorno al 2 per cento (Figura 4).

Di altro tenore sono le conclusioni di Oxford Economic Forecasts, un autorevole gruppo privato specializzato in previsioni economiche. Pur costruito su altre basi, che non lo rendono immediatamente confrontabile con quello dell’OCSE, questo scenario vede (Figura 5) la crescita del G7, le sette maggiori economie del mondo ricco, scendere quasi a zero (il che implica una crescita negativa per gli Stati Uniti) mentre la crescita mondiale, trainata dalla parte dinamica dell’Asia, subisce solo un piccolo rallentamento. I commerci crescono poco, verosimilmente perché l’Asia dinamica riesce a spostare una parte della domanda dei suoi prodotti verso l’interno.

…comprese quelle dei nostri lettori
E’ interessante, a questo punto, osservare le previsioni di “non addetti ai lavori”, come sono generalmente gli iscritti alla nostra newsletter che, nel mese di dicembre, hanno risposto a un nostro questionario (i lettori sono invitati a iscriversi – è gratuito – per partecipare maggiormente alla vita di questo sito) L’ottimismo (Figura 6) non abita più qui: per ogni 100 ottimisti (“economia mondiale in lento miglioramento”) ci sono 122 pessimisti. Non c’è da stare allegri, ma le preoccupazioni sono attenuate dalla presenza di una maggioranza relativa (39,4 per cento) parla di “economia mondiale stagnante”, una situazione di incertezza; per ogni 100 pessimisti ci sono 118 incerti.

Che abbia ragione il vecchio detto sull’anno bisestile? Speriamo proprio di no, ma intanto occorre seguire con estrema attenzione quanto succede all’economia mondiale. Che è quanto ci proponiamo di fare nei prossimi mesi.


                                                  Mario Deaglio

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