In molti avevano previsto che la crisi economica che ha investito l'Europa avrebbe finito per trasformarsi in crisi sociale e quindi politica, con l'indebolimento degli esecutivi dei paesi più esposti e sonore sconfitte elettorali per le maggioranze di governo.

In parte ciò è avvenuto e sta avvenendo. Tuttavia, una rapida rassegna delle crisi politiche verificatesi in questi mesi in Europa mostra in realtà uno scenario piuttosto variegato, e con legami altrettanto variabili con la crisi economica.

I primi paesi da cui muovere in questa analisi sono senza dubbio i cosiddetti PIGS  e tra questi, inevitabilmente, il primo è la Grecia. È qui infatti che la crisi economico-finanziaria ha prodotto gli effetti più devastanti, costringendo Atene a chiedere un prestito-salvataggio ad UE e FMI ed imporre il piano di austerità ad esso collegato. Le immagini delle manifestazioni di piazza, degli scontri, dei morti, degli scioperi generali, trasmettono la gravità della tensione sociale che attraversa il paese: tensione indirizzata verso una classe politica accusata di aver condotto, per incapacità, indolenza, o disonestà - vedi la manipolazione dei conti pubblici - alla bancarotta.
È in questo difficile quadro che il governo di George Papandreu, forte di una buona maggioranza e di un recente mandato, cerca di mantenere il controllo: per il momento è riuscito a far approvare al parlamento greco il piano di ristrutturazione, senza trovare tuttavia - nonostante gli appelli all'unità ed alla responsabilità dell'opposizione - nessun sostegno se non quello del partito di estrema destra Laos.

Il secondo "osservato speciale" è senza dubbio il Portogallo, scivolato in una spirale negativa tra deficit pubblico, debito e assenza di crescita e messo ulteriormente sotto pressione dalle valutazioni al ribasso delle agenzie di rating e dall'esplodere del caso Grecia. Sebbene la situazione economica e sociale dei due paesi non sia (almeno per il momento) assimilabile, il quadro politico pare altrettanto incerto. Il premier socialista José Socrates guida infatti un governo di minoranza (Figura 1), ed ha avuto bisogno del sostegno dell'opposizione (PP e PSD) per far passare le dure misure necessarie a far fonte alla crisi e per fronteggiare gli attacchi che gli giungono da sinistra (PC-Verdi e BE-ex trozkisti). È facile prevedere che continuerà ad aver bisogno di tale sostegno per portare avanti le riforme previste e che, passata l'emergenza, l'opposizione farà pesare il proprio ruolo.

Analogo appello alla collaborazione di fronte alla crisi è stato rivolto in Spagna dal premier Josè Luis Zapatero  al capo del principale partito d'opposizione, Mariano Rajoy, che tuttavia ha declinato l'invito. Il tracollo economico del paese  sembra infatti segnare anche il declino dell'intero modello economico e sociale portato avanti da Zapatero, ed il partito popolare, che nei sondaggi ha sorpassato il PSE, potrebbe volerne approfittare dal punto di vista elettorale, scommettendo sulla prossima caduta del governo.

In tale scenario l'Italia, inizialmente indicata - a torto o a ragione - tra i paesi maggiormente a rischio di default, appare dal punto di vista politico un esempio di stabilità. Nonostante alcune tensioni interne (in particolare tra il Presidente della Camera, Gianfranco Fini, ed il premier, Silvio Berlusconi), la maggioranza di centro-destra rimane salda, ed anzi ha registrato un discreto successo nelle elezioni regionali del 28 e 29 marzo 2010. Anche le recenti dimissioni di un ministro, Claudio Scajola, per scandali legati a presunti illeciti in ambito edilizio, non sembrano aver avuto conseguenze significative sul governo, che ha da poco presentato in Parlamento un'ampia manovra di tagli alla spesa pubblica per far fronte alla crisi.

Ma non ci sono soltanto i PIGS.
Il tema della crisi economica è stato centrale anche in occasione degli ultimi appuntamenti elettorali nella Nuova Europa. Dopo l'Ungheria, anche la Repubblica Ceca vede infatti uscire vittoriosa dalle urne una compagine di centro-destra con un'agenda ispirata a criteri di rigore economico (Figura 2).
Sebbene il partito social-democratico (CSSD) sia risultato il primo in termini di consenso con il 22,08%, il dato ben al di sotto delle aspettative è stato interpretato come una bocciatura del suo programma di incremento della spesa pubblica.  

 

Ciò ha quindi aperto la strada alla formazione di un governo di coalizione tra il Partito Civico-Democratico (ODS) dell'ex premier Topolanek (ora dimessosi anche dalla presidenza del partito), Tradizione Responsabilità Prosperità 09 (TOP 09) ed il Partito degli Affari Pubblici (VV).

La crisi economica ha senza dubbio giocato un ruolo anche nelle recenti elezioni politiche in Gran Bretagna   (Figura 3). Tuttavia, anziché condurre - come ci si poteva aspettare - ad un affondamento del governo laburista di Gordon Brown (che, pur sconfitto, ha invece visto uscire dalle urne un insperato recupero rispetto ai sondaggi), la situazione economica ha avuto sulla politica un effetto differente, per così dire indiretto. È proprio la gravità della situazione economica del paese, e l'urgenza di farvi fronte, che ha spinto i leader del partito conservatore, David Cameron, e quello dei liberal-democratici, John Clegg, nonostante i diversi punti di divergenza nei rispettivi programmi (su fisco, difesa, rapporti con l'UE, immigrazione) a trovare rapidamente un accordo e a dar vita ad un governo di coalizione (il primo dal 1945), scongiurando l'impasse politica che molti avevano previsto.

Ma è in Germania che le conseguenze politiche della crisi sono apparse forse con maggiore risalto che altrove. Nelle elezioni dello scorso 9 maggio, il Nord Reno-Westfalia (Figura 4), lo stato più popoloso della Germania Federale, ha decretato infatti una decisa sconfitta per la coalizione di governo (qui come a Berlino) ed in particolare per la CDU di Angela Merkel, che ha ottenuto qui il peggior risultato di sempre. Più che un voto sullo stato dell'economia tedesca, tuttavia, si è trattato di un voto contro la decisione della Merkel di concedere aiuti alla Grecia (nonostante la decisione finale fosse stata tatticamente posticipata fino al dopo elezioni). In tal senso, un voto con conseguenze forse più importanti per l'intera area euro che per la sola Germania, sebbene a livello federale abbia comportato la perdita della maggioranza al senato.

Infine, vi sono state recenti crisi politiche che poco o nulla hanno a che fare con la congiuntura economica (sebbene la crisi possa senza dubbio aver contribuito ad esasperare tensioni pre-esistenti).   

In Belgio, ad esempio, il collasso della coalizione di governo che sosteneva il premier Yves Leterme non è che l'ultimo atto (22 aprile 2010) di una crisi in corso ormai da tempo a causa delle crescenti tensioni tra fiamminghi e valloni.
Dal 1993 il Belgio è infatti uno stato federale suddiviso in tre Regioni (Fiandre, Vallonia e la regione Bruxelles-capitale) e tre comunità linguistiche (fiamminga, francofona e tedesca) (Figura 5). 
Mentre Fiamminghi e Valloni vivono ormai nel quadro di una netta separazione istituzionale e culturale (diverse lingue, scuole, televisioni, partiti politici) la difficile cogestione della regione di Bruxelles (e del distretto elettorale Bruxelles-Hal-Vilvorde, simbolo della discordia), è divenuta l'emblema della fragilità degli equilibri multipli su cui si basa il paese. Con le elezioni anticipate, previste per il 13 giugno, si andrà a formare il quinto governo a partire dal 2007, ma difficilmente si risolveranno i problemi che hanno portato a questa instabilità.

Il problema della convivenza in una società multiculturale è alla base anche delle tensioni che da oltre un decennio attraversano l'Olanda; tuttavia la caduta del governo Balkenende, il 20 febbraio 2010, non sembra esservi direttamente legata. La frattura si è infatti prodotta sulla politica estera: il partito laburista, rifiutandosi di votare per un prolungamento della missione in Afghanistan, ha di fatto provocato la rottura della coalizione con i cristiano-democratici e la caduta del governo. La crisi economica potrebbe tuttavia finire per penalizzare l'irresponsabilità dei due partiti di maggioranza, per favorire il Partito della Libertà di Geert Wilder, la cui veemente retorica anti-immigrazione (in particolare musulmana) potrebbe raccogliere nuovi consensi nelle elezioni anticipate del 9 giugno 2010.

Un panorama variegato quindi, in cui la crisi economica, pur avendo senza dubbio effetti diretti ed indiretti in vari paesi   (Figura 6), non sembra aver ancora influenzato pesantemente lo scenario politico europeo. In attesa delle prossime elezioni.

                                                    Enrico Fassi

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