E' presto per sbilanciarsi

Si temeva la tempesta di Ferragosto, sapendo che (proprio a metà mese) Eurostat avrebbe diffuso i dati sui PIL del secondo trimestre 2013. Tali dati sono risultati meno negativi del temuto: il PIL di Eurolandia è cresciuto dello 0,3% rispetto al primo trimestre 2013.
Il dato ha sorpreso in positivo, ovviamente, perché tutti temevano una statistica con valenza “recessiva”. Spicca in particolare il contrasto con la variazione negativa
(-0,3%) registrata nel primo trimestre 2013.

Il PIL dell’Unione Europea (comprendente anche i Paesi, tra cui il Regno Unito che non fanno parte dell’area euro) è anch’esso aumentato dello 0,3% QoQ (Quarter on Quarter, ovvero trimestre su trimestre), ma il corrispondente dato del primo trimestre risultò pari a -0,1% QoQ. L’accelerazione dell’intero continente è quindi meno intensa di quella della sola area euro: se ne deduce che le economie periferiche, cioè quelle ai confini orientali, stanno registrando difficoltà analoghe (seppur in misura ridotta) a quelle in cui sono invischiate le nuove economie industrializzate (esempio, ma non solo, i BRIC, ovvero Brasile, Russia, Cina e India). In estrema sintesi, il problema dei Paesi cosiddetti “emergenti” si incentra sul fatto che la precedente recessione delle economie mature (Eurolandia in primis) ha sensibilmente contratto i loro volumi di export, con conseguenze negative sulla loro intera congiuntura.

Tornando all’Europa, a parte la diversa velocità congiunturale attualmente espressa fra “cuore” e “periferia”, occorre mantenere un atteggiamento molto prudente prima di sbilanciarsi ad affermare che la recessione è alle spalle. Innazi tutto il ritmo europeo va confrontato con quanto registrato, sempre nel secondo trimestre dell’anno, nelle altre aree economiche mondiali (Figura 1). Negli stessi mesi il PIL USA è cresciuto dello 0,4% QoQ (secondo l’OCSE, ma l’ultima revisione statunitense stima un +0,63% QoQ),quello giapponese dello 0,6% (peraltro in rallentamento rispetto a +0,9% QoQ del primo trimestre 2013, condizionato dagli effetti della cosidetta Abenomics, la politica economica del Governo Abe) e quello britannico addirittura dello 0,7% QoQ (secondo fonti interne). Il PIL cumulativo OCSE (che, raggruppa le economie sviluppate, sia mature che innovative, e rappresenta circa il 90-95% dell’attività mondiale) ha registrato un +0,5% QoQ (in leggerissimo aumento rispetto al +0,3% QoQ del primo trimestre dell’anno). In sintesi, la crescita europea non è certo la più pimpante dell’intero orizzonte mondiale.

Andando maggiormente in profondità nella disagreggazione dei dati europei 
(Figura 2), si scopre che la realtà finale nasconde situazioni diametralmente opposte, anche all’interno della stessa area dell’euro. Il dato cumulato (che, ricordiamo, è pari a +0,3% QoQ) è stato generato da aumenti brillanti, in parte compensati da andamenti deludenti.

Sul versante positivo vanno citate (oltre all’UK) la Germania (0,7% QoQ), il Portogallo (+1,1% QoQ) e la Francia (0,5% QoQ), che trionfalisticamente ha affermato di essere del tutto fuori dalla recessione. All’opposto spiccano le crescite negative di Spagna (-0,1%), Italia (-0,2% QoQ) e, a sorpresa, anche dell’Olanda (-0,2% QoQ che segue al -0,4% QoQ del primo trimestre). Si tratta di due facce della stessa realtà: le crescite positive si incentrano sostanzialmente sulla ripresa delle componenti interne e gli andamenti negativi derivano proprio dal perdurante affanno della corrispondente domanda interna.

Fra le economie in ripresa, se vale la comunanza del buon andamento della domanda interna, diverse sono però le variabili attivate in ciascun paese.

La Germania esprime la maggior positività strutturale: grazie alle riforme, il cui inizio risale ormai ad un decennio fa, il mercato del lavoro è caratterizzato da un’impostazione decisamente “moderna”, con una normativa capace di soddisfare sia le aziende che i  lavoratori. Ne consegue che il tasso di disoccupazione è sceso ai minimi storici (5,5%, dato armonizzato secondo l’OCSE) e che gli aumenti salariali, di recente anche superiori all’inflazione, si sono tradotti nell’incremento dei consumi finali (+0,5% QoQ). Si può affermare che oggi, nonostante il clima economico mondiale non ancora del tutto espansivo, la Germania “incassa” gli effetti delle riforme varate a partire dai primi anni 2000, cioè quando il quadro interno era sereno e i “costi” delle riforme più facilmente assorbibili. Non va taciuto, però, il fatto che la congiuntura tedesca presenti oggi altri due elementi positivi: l’andamento crescente dell’export (diretto sia verso i Paesi europei che verso le economie di nuova industrializzazione) ed una certa ripresa degli investimenti aziendali (+0,9% QoQ). Tuttavia quest’ultimo dato è sostanzialmente condizionato dal settore delle costruzioni edili, (+2,6% QoQ), dove ha giocato l’effetto statistico per la ripresa dell’attività dopo le forzate pause invernali dovute alle cattive condizioni meteorologiche.

Nel Regno Unito  la congiuntura ha recuperato vigore grazie alla conferma dei consumi ed all’aumento dell’attività industriale. Le statistiche sembrano quindi premiare il recente mix composto da abbondante immissione di liquidità da parte della Banca d’Inghilterra (che in questo si è rivelata, ancora una volta, più simile alla FED statunitense che alla BCE continentale) e da numerose misure varate del Governo a sostegno della crescita.
 

La capacità delle autorità britanniche si è espressa nel fatto che l’ingente immissione di liquidità da parte della BoE (che ha acquistato titoli per circa un quarto del PIL) è stata canalizzata direttamente nel settore bancario e, tramite questo, nel rifinanziamentio delle imprese, evitando o attenuando il cosiddetto credit crunch (cioè la restrizione del credito alle aziende a prescindere dal loro merito creditizio). Parallelamente il Governo ha varato un piano di interventi su più fronti: ha alleggerito il peso fiscale sulle aziende (la Corporate Tax, già scesa dal 28% del 2010 al 23%, calerà ulteriromente al 20%  nel 2015); ha aumentato gli investimenti pubblici, facendoli agire come ulteriore volano dell’economia; ha imboccato la strada della creazione di “manodopera qualificata”, attraverso finanziamenti di specifici corsi di formazione e addirittura la creazione ex novo di scuole secondarie specializzate.

Più contradditorio è il quadro francese, ancora alle prese con il risanamento dei conti pubblici ed una crisi di competitività sistemica la cui soluzione non è immediata. L’aumento dei consumi nel secondo trimestre (+0,4% QoQ) sembra in realtà “inquinato” dalle pesanti spese energetiche, a loro volta condizionate dall’andamento climatico. Va però segnalato che il sistema industriale ha registrato l’inizio della ricostruzione di scorte di magazzino, evento che non può concretizzarsi se non quando si rasserenano le aspettative prospettiche. L’evento chiave sembra quindi essere l’allungamento al 2015 del termine entro il quale la Francia dovrà riportare il deficit pubblico sotto al 3% del PIL: il maggior lasso temporale a disposizione per la correzione dei conti pubblici garantisce maggior respiro alla politica economica, con più ampie possibilità di sostegno alla ripresa congiunturale.

Infine due parole sul caso portoghese, visto che emerge immediatamente una chiara contraddizione fra la recente performance positiva del PIL e la situazione molto pesante dei conti pubblici. In realtà la domanda interna è ancora in calo, ma ha ridotto la velocità di diminuzione: il dato trimestrale del PIL va quindi inteso come conseguenza del confronto statistico con il precedente trimestre in situazione ancora peggiore.
In ogni caso pare inizino a fare effetto le “cure” varate da Unione Europea e soprattutto FMI, ma la strada per il completo risanamento portoghese è ancora molto lunga.

Visto che a queste positività si contrappongono altre realtà ancora negative (Italia e Spagna su tutte) e che all’interno delle situazioni positive (compresa quella tedesca) vi sono elementi contingenti e forse non ripetibili nei prossimi mesi del 2013, la conclusione è che è ancora troppo presto per sperare nell’irreversibile fuoriuscita dalla recessione.
La prudenza induce a prevedere due trimestri finali del 2013 che, nella migliore delle ipotesi, dovrebbero consolidare lo status quo, rinviando la “vera” crescita quanto meno al 2014.

Che il tono congiuturale europeo non sia ancora completamente risanato, lo si deduce anche dal confronto statistico (Figura 3), sempre relativo al secondo trimestre 2013, delle variazioni YoY (Year on Year, cioè rispetto allo stesso trimestre del 2012): il PIL di Eurolandia è calato dello 0,7%, quello dell’Unione Europea dello 0,2%, contro un aumento dell’area OCSE (che ricordiamo rappresenta la quasi totalità mondiale) dello 0,9%. Disaggregando i dati in questione, si scopre che la Germania è cresciuta dello 0,5% YoY (secondo l’OCSE, 0,9% secondo fonti tedesche), il Regno Unito dell’1,5% YoY, mentre la Francia è aumentata “solo” dello 0,3% YoY ed il Portogallo è addirittura calato del 2%: quest’ultima economia sta quindi “peggio” di un anno prima. Per completare il quadro a livello di dati tendenziali, va segnalato che l’Italia è calata del 2% e la Spagna dell’1,7%.

Quale potrà essere la cartina di tornasole per credere davvero nella ripresa economica europea?
La risposta è univoca: l’andamento della disoccupazione.  Infatti (Figura 4) nelle realtà economiche già in terreno “positivo” (Germania, UK e USA) il trend del tasso di disoccupazione è orientato al ribasso o quanto meno stazionario. Viceversa (Figura 5) dove il trend del tasso di disoccupazione è ancora rivolto verso l’alto (Francia, Italia e – fuori grafico – Spagna, che veleggia al 25%), l’andamento congiunturale non è ancora del “tutto positivo”. Il dato cumulativo di Eurolandia (balzato di recente oltre il 12%) non è accreditato di poter scendere sotto l’11% nel prossimo futuro. Solo quando questo indicatore virerà nettamente al ribasso, allora si potrà ragionare in termini di effettiva fuoriuscita dalla recessione.

Infatti una considerevole disoccupazione significa pochi consumi e poca “fiducia” delle imprese nel futuro: questi sono i punti su cui deve concentrarsi la prossima azione delle politiche economiche per sperare davvero nella crescita continentale del prossimo anno.

                                                Carlo Crovella

                                     

                                            

 

                                    

 

                                               

 

                                

                              

                                                

            

 

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