Ora che il grande martedì elettorale è terminato, le posizioni cominciano a chiarirsi. Ma il processo elettorale americano è troppo importante per non meritare di essere seguito da vicino in ogni parte del mondo: dopotutto viene eletto l'uomo più potente del pianeta e - come si è visto nel caso dell'attuale presidente - le sue decisioni possono influire fortemente, nel bene e nel male, sulla vita e il benessere di centinaia di milioni di persone.

La presa di potere del nuovo presidente avverrà al termine di due procedure, egualmente laboriose. La prima è quella della scelta dei candidati da parte dei due partiti americani (altri partiti, eminentemente locali, esistono, ma hanno storicamente avuto poca fortuna); questo processo è detto nomination e implica la consultazione diretta degli elettori che si "registrano" (qualcosa di simile, ma un po' meno impegnativa, della nostra "iscrizione") a un particolare partito. In tutti gli stati americani, con modalità differenti, da gennaio a luglio 2008 si svolgono assemblee e si tengono votazioni (sovente riservate ai soli "registrati"). Quella del 5 febbraio è stata, appunto, la maggiore "tornata" di votazioni. I candidati dei vari partiti si presentano e svolgono una campagna elettorale specificamente rivolta non alla totalità degli elettori ma a quelli che sono più vicini al loro partito. La Figura 1 mostra in sintesi questo processo di selezione che ha già causato la rinuncia di un buon numero di candidati di entrambi gli schieramenti.

La Figura 2 mostra la situazione al 6 febbraio, ossia dopo la "lunga notte" in cui 21 stati hanno espresso le loro preferenze. Rimangono in campo due candidati nel partito democratico e tre candidati nel partito repubblicano. Tra i democratici Clinton e Obama non esiste ancora una chiara prevalenza, il che rende "sportive" queste elezioni (anche perché si pensa generalmente, sulla base dei sondaggi d'opinioni che a vincere sarà proprio il candidato democratico). Tra i repubblicani, McCain ha un chiaro vantaggio ma, in ogni caso, la corsa è ancora lunga.

Ci saranno ancora molte di queste primarie e tutti i rappresentanti eletti in questo tipo di pre-elezione interna confluiranno in agosto a Denver, nel Colorado, per i democratici e a Minneapolis, nel Minnesota, per i repubblicani per quelle gigantesche riunioni che sono dette convention e assomigliano un poco ai congressi dei nostri partiti (non foss'altro che per la confusione). Non è detto che gli interrogativi si sciolgano prima di allora: un certo numero di rappresentanti può esser stato eletto localmente in quanto indipendente, libero quindi di schierarsi come crede alla convention; e un candidato (questa volta solo in campo repubblicano, dove sono rimasti in tre) può decidere di spostare su un altro i propri voti. Ad ogni modo, le convention si concludono con la nomination di un candidato presidente e di un candidato vicepresidente e comincia la campagna elettorale.

 

Le campagne elettorali sono costosissime anche se milioni di sostenitori prestano la loro opera gratuitamente. Occorre, infatti, preparare spot televisivi e su Internet e comprare spazio pubblicitario in TV e sui giornali per "parlare" alla gente, che viene del resto avvicinata dai candidati in un frenetico giro nei vari stati di questo grande paese. I finanziamenti sono quindi enormi; la Figura 3 indica che i due candidati democratici ne hanno ricevuti complessivamente per circa 350 milioni di euro, mentre i repubblicani (forse perché ci sono minori prospettive di vittoria) sono piuttosto al disotto. Altri ancora, molto cospicui, ne arriveranno in un clima di assoluta trasparenza: grandi imprese e enti privati di ogni genere non hanno alcuna ritrosia a dichiarare quanto denaro versano questo o quel partito e questo o quel candidato (o magari, in non pochi casi, a tutti e due).

Il meccanismo elettorale del 4 novembre è semplice ed è spiegato dalla Figura 4: non si elegge il presidente ma un "collegio elettorale" che a sua volta lo eleggerà. Di questo collegio fanno parte 538 "grandi elettori" (che si impegnano solennemente a non cambiare idea). Questi grandi elettori sono eletti dai singoli stati, secondo il principio che chi ha la maggioranza in uno stato ottiene tutti i "grandi elettori", o "voti elettorali" di questo stato; i risultati vanno verificati dal Congresso e il nuovo presidente (che potrà essere rieletto solo una volta) entrerà in carica solo il 20 gennaio: è un residuo del passato, quando le distanze pesavano molto di più di oggi e si voleva dar tempo al neo-eletto di "mettere a posto i propri affari" prima di trasferirsi alla Casa Bianca.

La Figura 5 mostra i voti elettorali dei singoli stati, che sono proporzionali alla popolazione; la Figura 6 indica come sono andate le ultime tre elezioni.

Il 4 novembre, quindi, gli americani non eleggeranno il nuovo presidente (quest'elezione, che rispecchierà le loro indicazioni, avverrà solo in dicembre a opera del  "collegio dei grandi elettori"). Eleggeranno invece molte altre persone: a ogni elezione presidenziale si rinnova un terzo del Senato e la metà della Camera dei Rappresentanti e questi risultati saranno cruciali per capire se il nuovo presidente avrà la fiducia del parlamento oppure (come l'attuale) dovrà farne a meno. Si eleggono inoltre molti governatori degli stati e molti funzionari pubblici e in quell'occasione vengono presentati agli elettori anche referendum di carattere locale.

Una sorta di "festival della democrazia", insomma, pur con i limiti e le difficoltà proprie di ciascun sistema, che il mondo seguirà attentamente per buona parte dell'anno.

                                                  Mario Deaglio

Commenti

Comments are now closed for this entry