Il peggio è passato ma… .
Tutti i discorsi ufficiali sulla crisi degli ultimi mesi si possono riassumere in queste cinque parole seguite da tre puntini; il che lascia sia gli esperti sia i normali cittadini nella completa incertezza su ciò che potrà veramente succedere nei prossimi mesi.

Abbiamo provato anche noi a fare qualche calcolo sul futuro, con l’avvertenza che non abbiamo la sfera di cristallo ma solo un semplice calcolatore; e che le nostre estrapolazioni sono una sorta di scheletro aritmetico che va poi riempito con un sottostante economico che deve spiegare come si fa a riavviare davvero il motore della crescita.

Il primo elemento di questo scheletro è la Figura 1, che mostra l’andamento del prodotto interno lordo americano a partire dal suo livello massimo del II trimestre 2008 (punto A). Nel trimestre successivo la discesa è lieve (punto B) e la caduta viene da molti scambiata per un casuale sussulto. Nel IV trimestre, però, la situazione precipita: la produzione cade a un tasso annuale del 5,4 per cento, cui segue un I trimestre 2009 ancora più nero, con una caduta a un tasso annuale del 6,4 per cento: non ci sono più dubbi, siamo al downturn, il termine che indica una svolta negativa che gli americani usano volentieri al posto dei temutissimi crisis o recession.

Poi la caduta si attenua (un tasso annuale di –1 per cento, secondo le prime stime, nel II trimestre 2009) e tutti aspettano con impazienza il segnale del cessato allarme, ossia il punto di minimo (punto C), dopo il quale la produzione dovrebbe risalire, inizierà la gloriosa epoca dell’upturn e si raggiungerà il massimo precedente la crisi (punto D) in un qualche momento del 2010.
A questa rappresentazione “ufficiale” occorre fare una piccola correzione: durante i 5-6 trimestri di produzione inferiore al massimo, la popolazione americana è aumentata di circa 3,5 milioni di persone e quando si sarà raggiunto il sospirato punto D, i residenti della Repubblica Stellata saranno 4-5 milioni in più del II trimestre 2008.
Per tener conto di questo, nella Figura 2, la retta AD (costruita in base a dati effettivi e previsioni ragionevoli) non è orizzontale ma crescente in modo da tener conto dell’aumento del numero degli americani. Per questo, invece del punto D, stapperemo lo spumante quanto sarà raggiunto il punto D’, verosimilmente un po’ più tardi, diciamo 2-3 trimestri.

O no? Qualcuno in America e altrove teme che le cose non siano così facili.
Tra questi Nouriel Roubini, un economista statunitense di origine turca, che è stato tra i pochissimi a prevedere accuratamente e con buon anticipo le cadute produttive del 2008-09.
Per questo abbiamo battezzato “variante Roubini” la Figura 3 che si può sintetizzare così: una volta raggiunto in punto C, diciamo nel settembre-ottobre 2009, c’è il rischio che la produzione scenda di un altro gradino. Questo essenzialmente per due motivi: il primo è  il freno alla domanda di beni di consumo derivante da parte di 40 milioni di nuovi disoccupati – e di molti altri che temono anch’essi di perdere il lavoro – e le contemporanee ingenti emissioni di titoli da parte dei governi, per finanziare operazioni di rilancio che potrebbero far salire il costo del denaro.

Interpretando Roubini, potremmo dire che il IV trimestre 2009 replicherebbe un poco il IV trimestre 2008 con i suoi crolli, e si arriverebbe al “vero” minimo durante il 2010, diciamo nel II trimestre.
Solo di lì potrebbe veramente ripartire una ripresa che sarà più lenta e stentata di quanto originariamente previsto: a che punto l’upturn raggiungerebbe il magico pareggio? Non lo sappiamo e deliberatamente l’abbiamo collocato fuori dalla Figura 3.

Ma lasciamo da parte queste malinconie, auguriamoci che Roubini abbia torto e concentriamoci ancora su questo sospirato punto di pareggio, non solo tenendo conto dell’aumento della popolazione ma anche chiedendoci dove saremmo se non ci fosse stata la crisi.

L’ipotesi di fondo, infatti, è che la crisi potrà dirsi cancellata solo quando il “buco” della crisi sarà stato colmato, ossia l’aumento produttivo avrà raggiunto il livello che si sarebbe realizzato se la crisi non ci fosse mai stata.
A tal fine, osserviamo, nella Figura 4, che gli Stati Uniti mostrano un tasso medio annuo di crescita del prodotto interno lordo per abitante di lungo periodo molto sostenuto (+2,4 per cento) durante gli anni Novanta, poi segue un periodo di stasi-piccola recessione-incertezze che va dal 2000 al 2003; poi si riparte a un ritmo leggermente inferiore, ma di tutto rispetto (+1,9 per cento). E’ su questo ritmo che proietteremo i risultati teorici futuri, mentre la crisi, in un anno, ha causato una caduta del prodotto interno lordo per abitante pari al 4,8 per cento.

Dalla Figura 5 si può vedere che i livelli produttivi per abitante pre-crisi richiedono tempi più lunghi delle previsioni ufficiali, che non tengono conto dell’aumento della popolazione. Solo in ipotesi molto elevate (tassi di crescita del 2,5-3 per cento) tale risultato è raggiungibile entro il 2010; se invece la ripresa, come oggi molti pensano, partirà piano, ci si sposta molto più in là. Se il tasso medio di crescita del prodotto interno lordo per abitante fosse dell’1 per cento l’anno, il “pareggio” si otterrebbe attorno al 2015.

Per vedere quanto tempo è necessario al fine di annullare gli effetti della crisi, ossia perché il prodotto interno lordo per abitante torni a crescere come se la crisi non ci fosse mai stata, avendone turato il “buco” occorre andare alla Figura 6 nella quale la linea color fucsia indica precisamente il percorso teorico privo di crisi, ossia la crescita regolare dell’1,9 per cento l’anno che si è interrotta nel 2008.

E’ evidente che se la crescita dovesse stabilizzarsi a un tasso inferiore all’1,9 per cento, tale risultato non sarà mai raggiunto e la crisi lascerà una “cicatrice” permanente in termini di sviluppo mancato. Il grafico ci sembra abbastanza eloquente: se il reddito medio per abitante crescerà al 3 per cento, il buco sarà turato nel 2014; se la crescità sarà solo del 2,5 per cento si va alla fine del 2015.

Conclusione: la luce potrebbe cominciare a intravedersi molto presto, ma il tunnel, se correttamente calcolato, è ancora lungo.

E l’Italia? Solo un breve flash: elaborando un grafico presentato da Jean Paul Fitoussi al recente convegno di Cernobbio (Figura 7) si vede come, sempre in termini di prodotto per abitante, le cadute produttive producono effetti minori là dove negli ultimi anni il prodotto era cresciuto di più o dove la caduta è stata inferiore: per conseguenza, finora la crisi ha riportato il prodotto per abitante di Francia e Germania al livello del 2006, ampiamente sopportabile; quello inglese al livello del 2005.

A causa del “decennio mancato” della crescita, la caduta produttiva italiana riporta il prodotto per abitante al livello di metà 1999!

                                                  Mario Deaglio

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