La crisi finanziaria, iniziata in America, ha smesso di essere soltanto finanziaria e di essere soltanto, o soprattutto americana. Questo "secondo atto" è iniziato nei primi giorni di gennaio, quando un presidente Bush teso e accigliato ha ammesso che le cose non stavano andando molto bene e, pur accennando alla forza e alla solidità economica degli Stati Uniti, ha lasciato intendere che esisteva un pericolo di recessione. Questo avveniva nel ben mezzo di una forte caduta di Borsa, che è stata accentuata dalle sue parole; tale caduta ha fatto perdere circa il 10 per cento alle Borse americane nel giro di un mese (Figura 1) ed è stata poi attenuata, ma senza riportare l'ottimismo, da un intervento a sorpresa del governatore Bernanke che ha anticipato l'abbassamento dei tassi ed è andato, in questo senso, oltre le aspettative.

Le Borse del resto del mondo, che avevano inizialmente resistito, hanno fatto registrare perdite eccezionali lunedì 21 gennaio. Queste perdite hanno fatto loro "recuperare" (in discesa) il terreno "perduto" e vanno interpretate come una forma di "adeguamento" all'America da parte del resto del mercato finanziario mondiale. L'America però potrebbe continuare nella sua discesa; l'analisi della Figura 1 mostra che tre volte nel 2007 erano suonati i campanelli d'allarme ma nulla di quanto è stato fatto allora (compreso il ribasso dei tassi), si è dimostrato risolutivo.

Per il momento, la crisi prosegue il suo corso. La Figura 2 mostra, in una ricostruzione della Bank of England, i sette passi che hanno portato alla crisi finanziaria, già descritta nelle schede "La crisi finanziaria e i mutui subprime" e "2007: l'annus horribilis del private equity". L'elemento saliente è la scomparsa della liquidità a seguito della sfiducia reciproca delle banche: come durante un'epidemia la gente non si stringe più la mano per paura di essere contagiata, così le banche hanno fortemente ridotto il prestito reciproco, il normale lavoro delle "linee di credito", mettendo a rischio la tenuta del sistema: l'acqua nella quale nuotano i pesciolini (cioè l'economia reale) si è abbassata.

Ma quali e quanti rischi corre l'economia reale? Si è cercato di descriverli con la Figura 3 per quanto riguarda gli Stati Uniti e con la Figura 4 per quanto riguarda il resto del mondo.

Gli stimoli recessivi americani sono di due tipi: dal lato degli investimenti derivano dalla forte caduta dell'attività edilizia (l'impatto negativo viene valutato a circa lo 0,6 per cento del prodotto lordo per il 2008) e dal rallentamento dei consumi, legato, tra l'altro, alla minore liquidità delle carte di credito, meno usate da una popolazione sovraindebitata. Questi sono naturalmente molto difficili da quantificare ma si collocano, tanto per fissare le idee, tra lo 0,2 e l'1,5 per cento del prodotto lordo.

Se gli Stati Uniti si avvicineranno alla seconda cifra saranno in recessione, se alla prima avremo soltanto un forte rallentamento; in ogni caso gli stimoli recessivi si tradurranno in minori utili per le imprese e la Borsa non può non tenerne conto, il che spiega, tra l'altro, le cadute dell'ultimo mese. Le cadute di Borsa riducono però la ricchezza degli americani, e l'"effetto ricchezza" pesa anch'esso sui consumi in quanto, specie in quel paese, chi vede diminuire il proprio patrimonio diminuisce subito gli acquisti. L'effetto non dovrebbe essere enorme, ma è un altro 0,1-0,2 per cento che va ad aggiungersi agli addendi negativi.

Che cosa succederà al resto del mondo? Nello schema della Figura 4 si distingue tra effetti diretti e effetti indiretti. I primi dipendono dalle minori importazioni americane (perché l'economia in ogni caso rallenta e perché la discesa del dollaro rende più competitive sul proprio mercato le imprese americane) che colpiranno soprattutto l'Asia ma in misura non trascurabile anche l'Europa. L'ordine di grandezza è molto congetturale ma tale da gettare almeno una piccola ombra sulla crescita mondiale. Si devono poi aggiungere gli effetti indiretti in quanto l'Asia, l'Europa e gli altri ridurranno le reciproche transazioni, o le aumenteranno meno del previsto, perché la loro crescita sarà minore. Una piccola consolazione: il prezzo del petrolio dovrebbe portarsi a livelli più bassi di quelli attuali.

In sostanza, in questo "secondo atto", gli Stati Uniti sono a tu per tu con una recessione o con una forte frenata, dollaro e petrolio si indeboliscono e nel resto del mondo gli effetti sull'economia reale si sentiranno entro l'inizio dell'estate. E' questo il tempo necessario per approntare dei rimedi e per vedere se l'infezione si ferma qui o continua a erodere il tessuto economico mondiale. Arrivederci, quindi, con un po' di suspense, al terzo atto.

                                                 Mario Deaglio

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