oltre la ripresa-che-non-c'è-ancora

La riunione del Fondo Monetario Internazionale di ottobre è stata un grave fallimento. Non solo si è chiusa con un nulla di fatto come quella del G20 di Toronto di giugno, ma si è passati agli scontri aperti.

Gli Stati Uniti hanno dato il via a una politica monetaria nettamente espansiva che porta logicamente con sé una svalutazione aggressiva del dollaro per costringere la Cina a sganciarsi dalla moneta americana e a rivalutare in maniera sensibile lo yuan; per effetto di questi sviluppi, l'euro e lo yen si sono molto apprezzati sul dollaro, rendendo difficili le esportazioni di Europa e Giappone.

Ci sono tutte le premesse per una evoluzione in senso protezionistico delle grandi aree economiche mondiali; va anche notato l'allarme rating sul dollaro lanciato da Moody's il 18 di agosto, sicuramente rafforzato dopo la "fuga in massa" dei consiglieri economici del presidente Obama (dimissioni del responsabile del budget, Orzag il 22 giugno, del capo dei consiglieri economici Cristina Romer il 6 agosto, del consigliere economico Larry Summers il 22 settembre).

Tutto ciò - unitamente al panorama sociale deteriorato, in alcuni paesi come la Francia, con ampi scioperi - conferma sostanzialmente il quadro della crisi che abbiamo proposto ai nostri lettori il 6 luglio: le difficoltà delle finanze pubbliche rischiano un ritorno del "virus" dall'economia reale all'economia finanziaria, senza che i problemi dell'economia reale siano stati risolti. Dimenticate il debito greco: i veri debiti a rischio sono quelli degli Stati Uniti (specie dopo i pessimi risultati della bilancia commerciale del 14 ottobre) e della Gran Bretagna, in un quadro mondiale preoccupante.

Nel frattempo, la nostra mappa del malessere politico-sociale deve essere aggiornata (Figura 1) in quanto quasi tutti i grandi paesi occidentali sperimentano la difficoltà e/o l'inefficacia dell'azione di governo. Lo sfilacciamento della maggioranza di governo in Italia si inquadra pertanto in un più vasto quadro di inciampi all'azione politica.

Nel frattempo, gli analisti che trovano il tempo di alzare gli occhi dai dati aziendali e guardano quelli macroeconomici scoprono un'amara verità: dopo quattro trimestri, la grande ripresa americana ha fatto recuperare solo i due terzi del terreno perduto nel 2008-09 in termini di prodotto interno lordo (pil), con una ripresa che ha gradualmente perso di spinta. In termini di prodotto per abitante, il II trimestre 2010 vede addirittura la staticità prendere il posto della crescita (Figura 2).

Un'analisi delle componenti del pil vede abitazioni ed edilizia non residenziale su livelli inferiori del 25-30 per cento rispetto a quelli pre-crisi; nonostante un forte rilancio, gli investimenti sono a quota -10 per cento. Meglio hanno fatto, ma sempre con valori negativi, le esportazioni mentre, pur con una popolazione cresciuta dell'1,5-2 per cento (dipende da come si valuta l'immigrazione) neppure i consumi raggiungono i livelli del II trimestre 2008. L'unico comparto che ha un'evoluzione positiva rispetto ad allora è la spesa pubblica, grazie anche alle spese militari (Figura 3).

 

 

Tanto per fare un confronto che ci riguarda da vicino, l'Italia sta ancora peggio, con un andamento piatto prima della crisi e una "ripresa" per finta, con andamento quasi piatto a partire dal II trimestre 2009 (Figura 4). Nei prossimi trimestri, la crescita italiana, secondo il Bollettino della Banca Centrale Europea di ottobre, dovrebbe risultare pari a circa la metà del già magrissimo dato dell'Unione Europea nel suo complesso.
Del resto, proprio grazie al profilo piatto della sua crescita, la crisi ha riportato il prodotto interno lordo italiano indietro di circa nove anni contro i 3-4 anni degli altri paesi europei (Figura 5).

Più in generale (Figura 6) scordiamoci l'illusione di una risalita rapida, che ha già fatto tanti danni; per ogni paese ricco sarà già molto difficile recuperare la velocità di crescita precedente, ed è pertanto possibile che le prospettive di aumento della produzione della parte ricca del mondo risultino sensibilmente deteriorate nel medio-lungo periodo; il Giappone è un esempio eloquente di questo tipo di evoluzione.

Proviamo allora a immaginare, come si fa normalmente nella costruzione di scenari, l'evoluzione ragionevolmente peggiore possibile e quella ragionevolmente migliore possibile. Il primo caso è rappresentato nella Figura 7, da leggere e da dimenticare ma non senza probabilità di verificarsi. I fatti si svolgerebbero sostanzialmente così: le politiche restrittive europee e l'insuccesso della ripresa tramite liquidità gonfiata negli Stati Uniti porterebbero a un forte aumento della disoccupazione (la cifra del 25 per cento in Figura è puramente indicativa e non deriva da un calcolo).

Di fronte a questo, i governi sarebbero costretti dalla pressione dell'opinione pubblica a immettere nuove risorse monetarie non già, o non solo, nei normali canali finanziari ma anche, più direttamente, nei circuiti dell'economia reale (sussidi, nuovi deficit pubblici). Il che renderebbe molto seria la prospettiva di un'ondata inflazionistica. L'inflazione "curerebbe" i bilanci pubblici al prezzo di ridimensionare fortemente i patrimoni finanziari. Così "purgata", l'economia sarebbe pronta prima a una decisa politica antinflazionistica e poi a una ripresa della crescita trainata dalla spesa pubblica. Irrealistico? Lo fece Einaudi nel 1946-48.

Passiamo ad arie più respirabili con la Figura 8: l'ipotesi migliore possibile è che l'azione espansiva degli Stati Uniti abbia successo, con un dollaro che scende fortemente e una ripresa produttiva di tipo "europeo", legata all'aumento delle esportazioni. L'economia globale rimarrebbe in piedi, trainata da una ripresa asiatica (che si estenderebbe poi all'America Latina e all'Africa) che darebbe fiato alla ripresa europea. In questa situazione, la mappa economica del mondo è destinata a cambiare, ed è dubbio che il dollaro continui, nel medio-lungo periodo a rimanere l'(unica) moneta di riferimento. Un paniere di monete e un complesso di regole meno dettate dall'America potrebbero emergere nel giro di un decennio. E di tanto - a nostro avviso - dovremo accontentarci nel caso migliore.

                                                  Mario Deaglio

 

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