Più che quotidiani e periodici, quelli diffusi dell'estate 2011 sembrano dei bollettini di guerra. Con riferimento ai mercati finanziari, si parla di attacchi speculativi, di raffiche di vendita, di Stati sovrani messi in ginocchio.

Anche l'analisi macroeconomica fornisce segnali foschi e in particolare indica il riemergere della paura del Double Dip, la doppia recessione, o meglio la ricaduta recessiva per gli USA, mentre l'Europa è alle prese con gravi rischi di solvibilità di alcuni Paesi periferici, specie mediterranei. L'appesantimento del quadro economico mondiale ha spinto tutti gli istituti di previsione a rivedere al ribasso le stime congiunturali, con una marcata frenata nel quarto trimestre 2011, preludio di eventuali cadute recessive nel 2012.

Secondo l'OCSE (Figura 1), il ritmo congiunturale dell'intero G7 (le sette maggior economie industrializzate: Europa, USA, Giappone e Canada) dovrebbe rallentare dall'1,6% trimestrale del III trim. '11 allo 0,2% del IV trim., in pratica una frenata del ritmo pari a otto volte, semplicemente passando dall'estate all'autunno. Per USA ed Europa, l'OCSE stima ora che il ritmo congiunturale del secondo semestre 2011 calerà per entrambi all'1%, mentre le precedenti previsioni (risalenti a giugno) prevedevano livelli del 3% (USA) e del 2% (Europa).
Se non è recessione, poco ci manca. Il periodico britannico The Economist sintetizza la situazione con una copertina molto appropriata (Figura 2) una spensierata ragazza sta per immergersi in un mare profondo, dove si aggira minaccioso un enorme squalo.

Cos'è che ha scatenato questa ondata di pessimismo sullo stato delle economie?
Il problema fondamentale di questa fase storica è costituito dai pesanti debiti pubblici e questo vale per tutte le economie avanzate. Dalla crisi del 2007 ad oggi (Figura 3), l'aumento relativo del debito si rivela più intenso per Nazioni (in precedenza "virtuose" in questo campo) come USA e Francia rispetto agli Stati indebitati per tradizione, come Italia e Grecia. Il rapporto Debito - PIL dell'Italia è passato da 105% a 120%, ma lo stesso rapporto per gli USA è raddoppiato (da 55% a 100%), ed è aumentato di un terzo per la Francia.

Il debito pubblico assorbe risorse alla crescita congiunturale, a maggior ragione con il meccanismo perverso degli interessi che generano successivamente altro debito ed altri interessi, in una spirale inarrestabile.
Il ricorso al debito è stato dettato dalla necessità di fronteggiare nel breve la crisi del 2007 -2009, crisi che ha falcidiato i consumi privati, ma ora siamo alla resa dei conti. Troppo debito, come dimostrano gli USA, rischia di soffocare la ripresa economica: il punto è come rientrare?

Proprio a metà estate 2011, Obama ha ottenuto dai repubblicani l'autorizzazione a poter aumentare il debito pubblico fino a 14,7 trilioni di USD, ma ha dovuto cedere in cambio, ai repubblicani stessi, il mancato inasprimento fiscale sui redditi più elevati. Ciò comporta, però, l'impossibilità nel breve di alleggerire il peso fiscale sui cittadini meno abbienti e sui disoccupati.

Il saldo fra queste due componenti fiscali non gioca a favore dei consumi: l'Economist segnala che il mancato alleggerimento fiscale sui cittadini meno abbienti potrebbe corrispondere ad una mancata crescita addirittura del 2% per il PIL 2012, il che collima con i numeri recentemente diffusi dall'OCSE (rischio di rallentamento del PIL USA dal 3% all'1%, ovvero -2%). I recentissimi aiuti ideati da Obama per il mercato del lavoro paiono una delle sue tante manovre tentate in questi anni; in più occorrerà valutarli nell'effettiva loro formulazione finale dopo l'iter parlamentare cui saranno sottoposti.

Con lo scenario politico USA bloccato dalla corsa elettorale (novembre 2012), la palla potrebbe tornare in mano alla FED, non certo in termini di ribasso dei tassi americani (praticamente a zero), ma con altre "puntate" del cosiddetto quantitative easing, cioè nuova immissione di liquidità. E' una misura da extrema ratio, in quanto stampare moneta ha dei ritorni sulla domanda finale sempre meno incisivi e, in ogni caso, molto inferiori all'eventuale alleggerimento fiscale cui si è rinunciato.
E pensare che gli USA disporrebbero di importanti vantaggi rispetto alle altre economie tradizionali: hanno una popolazione relativamente giovane, un sistema produttivo molto più aperto all'innovazione ed un mercato del lavoro decisamente più flessibile. Sprecare questa opportunità (cioè non ridurre il debito e rinunciare alle detrazioni fiscali di base che, alimentando i consumi, potrebbero evitare il rischio recessivo) sembra proprio la conseguenza del fatto che Obama e i repubblicani sono ormai entrati in piena campagna elettorale. Il rischio di double dip statunitense del 2012 è quindi il prezzo che gli USA pagano per la loro natura di sistema democratico.

Più evidente ancora è il peso dei debiti pubblici in campo europeo, problematica che si aggroviglia con i delicati rapporti politici fra gli Stati dell'Unione. La leadership della Germania pare ancora convinta dell'idea dell'unità monetaria, sobbarcandosi i relativi costi per permettere agli Stati meridionali di non fallire. Tuttavia proprio nei mesi estivi si è registrato il riemergere della posizione antitetica, culminato nelle dimissioni dell'esponente tedesco dal consiglio della BCE e la partita sui debiti mediterranei è ancora aperta.

 

 

In ogni caso, si dovrà mettere in conto di investire ingenti risorse per fronteggiare i debiti e questo non alimenterà un clima di crescita economica neppure in Europa. Segnaliamo però che l'eventuale disgregazione dell'Euro, con il riaffacciarsi di un Marco "forte", pari all'euro "pulito" dalle colpe dei Paesi collaterali, non faciliterà per nulla l'export tedesco (si ricorda che la Germania è uno dei primi esportatori mondiali), per cui anche questa evoluzione potrebbe comprendere contraccolpi recessivi.

Sul problema dell'ampliamento dei debiti pubblici, per le economie occidentali se ne innesta un altro, di stampo internazionale: per cui oltre a registrare crescenti difficoltà ad attirare i capitali proprio perchè pesantemente indebitati, i Paesi dell'Occidente industrializzato devono fare i conti con la crescente generazione di ricchezza da parte delle "nuove" economie. Secondo uno studio dell'Economist (Figura 4), il contributo al PIL mondiale da parte delle "vecchie economie" (il G7 per capirci, Europa più USA e Canada) è già calato dall'80% dei primi anni 2000 all'attuale 60% e, in proiezione, si contrarrà al 40% nel 2020.

Di conseguenza il contributo delle cosiddette economie emergenti (molte delle quali, oggi, sono abbondantemente "emerse": Cina, India, Brasile e, un filo dietro, Russia) è cresciuto in misura complementare dal 20% di inizio 2000 all'attuale 40% e dovrebbe salire al 60% nel 2020. L'incrocio fra le due curve dovrebbe avvenire nel corso del 2016.
La ricchezza si sta spostando ad Oriente, come più volte ricordato, ma il fenomeno potrebbe comportare nei prossimi anni nuove problematiche planetarie.

Nuove ondate demografiche si affacciano ad uno stile di vita consumistico e lussuoso, animate da profonde rivendicazioni psicologiche in tal senso, dopo decenni di tribolazioni, mentre in Occidente si ostentavano ricchezza e benessere. Il vero punto è che le nuove economie non porteranno alla ribalta un nuovo modello di sviluppo.
Anzi la pressione demografica, che alimenterà le ondate di "nuovi ricchi", si posizionerà cronologicamente a ridosso del picco di estrazione del petrolio. Siamo agli sgoccioli della convenienza all'estrazione delle risorse naturali di origine fossile.

Il quesito non è quanto petrolio giace ancora sottoterra, ma quanto costerà (in termini di energia investita) estrarlo. Nell'interessante pamphlet "Prepariamoci" (Edizioni Chiarelettere, 2011), il torinese Luca Mercalli, climatologo ed esperto di problematiche ambientali, segnala che in un secolo e mezzo (da quando sono all'incirca iniziate le trivellazioni) il costo energetico delle estrazioni è decuplicato, nonostante l'incremento esponenziale della tecnologia utilizzata.

Occorrerà prima o poi passare ad un modello di sviluppo non più imperniato sul petrolio e sull'energia da lui derivata, ma ciò impone tempistiche lunghe ed i nuovi ricchi non hanno tempo e voglia di aspettare.

In realtà, di aspettare o di tirar la cinghia non hanno tempo e voglia neppure i cittadini occidentali, per i quali è difficile tornare indietro e digerire il concetto che non possono più vivere sopra le righe. Sono posizioni politicamente complicate da assumere per chi guida le nazioni e ciò spiega l'impasse in cui si trovano ora tutti i leader occidentali (da Obama alla Merkel).

La conseguenza sembra essere una nuova puntata del film già visto in Giappone a partire dagli anni '80: stagnazione. Allora i politici nipponici rinviavano sistematicamente le decisioni "difficili" sperando che le cose si aggiustassero da sole, ma la paralisi ha determinato una stagnazione economica da cui il Giappone non si è ancora ripreso. Il mondo occidentale è destinato a una simile stagnazione? Al momento ci si può limitare a citare un'altra delle azzeccate copertine estive dell'Economist (Figura 5), dove Obama e la Merkel sono raffigurati in kimono e look orientaleggianti.

Con questi presupposti sullo stato delle economie occidentali, appaiono ora più comprensibili le giornate difficili vissute dai mercati finanziari nel corso dell'estate 2011. Il profondo disorientamento generale deriva dal fatto che gli investitori si sono trovati a "scegliere" se comperare una moneta (l'USD) le cui obbligazioni governative potrebbero fallire in futuro o un'altra moneta (l'Euro) a rischio disgregazione per colpa del debito di alcuni partecipanti.

Occorre rompere il circolo vizioso "domanda debole, aumento della spesa pubblica, maggior ricorso al debito, che a sua volta - anche con la collaborazione perversa degli interessi che generano altri interessi - sottrae risorse alla possibile ripresa economica….." e così via. Come?

E' un interrogativo cruciale che non ha una soluzione immediata ed univoca, meno che mai politicamente semplice da adottare. Una riflessione però emerge dal ragionamento tracciato: non si può emettere carta (che siano biglietti di banca o nuove obbligazioni) se a monte non vi è un'adeguata ricchezza che li sostenga. Per cui, prima di emettere nuova carta, occorre agire "a monte".
La ricchezza si crea con il lavoro, da affrontare con un approccio umile e disponibile, e con il risparmio dagli eccessi, cui purtroppo la società occidentale si è abituata fino quasi a considerali un diritto acquisito.

                                                 Carlo Crovella

                                                 

                                                

                                                     

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