A seguito dei dati rilasciati dall'International Comparison Program, un mese fa la Banca Mondiale ha annunciato che la Cina e' sul punto di superare gli Stati Uniti come prima potenza economica mondiale e che tale superamento probabilmente avverrà nel 2014.

Non si tratta certo soltanto di una curiosità statistica: anche se apparentemente la crescita cinese ha imboccato il ramo discendente della sua parabola, essa rimane di dimensioni enormi con conseguenze economiche mondiali.
Il suo ruolo, ad esempio, è essenziale per mantenere la debole crescita europea. Senza le esportazioni alla Cina, la crescita europea del 2014 diventerebbe insignificante o addirittura negativa.

Se la Cina è importante per l'Europa, anche l'Europa è importante per la Cina.


La Cina ha nutrito grande interesse nella moneta unica europea dalla sua fondazione, con la prospettiva di creare un sistema valutario internazionale multipolare e meno dominato dal dollaro e ha investito massicciamente sul debito pubblico europeo (a cominciare da quello italiano) durante la crisi finanziaria. Nella fase più critica della crisi dell'eurozona, vari interventi di leader e investitori cinesi hanno rassicurato i mercati e contribuito alla tenuta dell'euro. Ad esempio, gli investitori cinesi sono stati tra i più importanti acquirenti del fondo di salvataggio del Portogallo. Inoltre la Cina in questi anni ha anche contribuito ad alcuni progetti infrastrutturali e acquisito partecipazioni industriali di prim'ordine, comprese quelle nelle italiane Eni ed ENEL, nelle quali è salita sopra il 2 per cento.

Sono ormai lontani i tempi in cu la Cina era considerata terra di produzioni a buon mercato. Ora il Celeste Impero, come veniva chiamato il Paese prima del comunismo, si sta affermando come uno dei più importanti mercati per i beni di consumo di tipo medio alto e per le tecnologie meccaniche ed elettroniche.
Gli scambi UE-Cina sono aumentati drasticamente  negli ultimi anni. L'interscambio Cina-Europa supera ormai 1 miliardo di dollari al giorno, con una forte prevalenza delle importazioni europee, che appaiono però in calo, mentre è fortemente aumentato l'ammontare delle esportazioni europee verso la Cina, con la conseguenza di una sensibile riduzione del deficit commerciale europeo (Figura 1).

Questo non significa che il cielo sia senza nuvole. Sia pure ricondotti nel quadro della WTO, di cui la Cina fa parte dal 2001, ci sono ancora problemi in sospeso che preoccupano l'Unione Europea.
Tra questi, i principali riguardano 1) le politiche industriali e le misure non tariffarie attraverso le quali la Cina potrebbe discriminare le imprese straniere, 2) un forte grado di intervento del governo nell'economia, che porta in posizione dominante le imprese di proprietà statale, e incrementa la disparità di accesso ai contributi e finanziamenti a buon mercato e 3) l'inadeguata protezione e applicazione dei diritti umani, del lavoro e della proprietà intellettuale.

Se poi si passa agli investimenti e si considera l'intero periodo dal 2005 al 1^ semestre 2013, si constata che l'Europa nel suo complesso (comprendendo anche la Svizzera) si colloca al primo posto come destinazione degli investimenti diretti cinesi (Figura 2), superando di un'incollatura l'Australia e gli Stati Uniti. All'interno dell'Unione Europea la distribuzione degli investimenti è, ai nostri occhi, molto curiosa: mentre è normale che la Gran Bretagna si collochi al primo posto e la Francia abbia un ruolo importante, stupisce la relativa esiguità degli investimenti in Germania - 4,9 miliardi di dollari -  (forse per una riluttanza tedesca ad accettare soci cinesi in società dalle quali Pechino potrebbe imparare molto, anziché clienti cinesi) e la relativa importanza degli investimenti in Grecia - 6,6 miliardi di dollari -  (legati, probabilmente, al progetto cinese di utilizzare il porto del Pireo come possibile base di penetrazione commerciale).

La Figura 3 mostra gli investimenti diretti dall'Ue verso la Cina e dalla Cina verso l'Ue. Secondo questi dati, il flusso di investimenti diretti esteri dell'UE in Cina è sempre superiore (escluso il 2012) al flusso contrario, anche se gli scambi bilaterali nel settore dei servizi ammontano solo a 1/10 del totale degli scambi di merci, e le esportazioni dell'UE di servizi ammontano solo al 20% delle esportazioni UE di merci. Come risultato, l'UE registra un significativo deficit commerciale con la Cina, in parte causato dalle rimanenti barriere di accesso al mercato asiatico.

Gli investimenti cinesi non sono equamente distribuiti tra gli stati membri dell'Unione (Figura 4) e ci sono inoltre notevoli differenze tra i dati rilevanti provenienti da fonti governative ufficiali dell'Ue e della Cina. I dati ufficiali EU per il periodo di 2005-2013 descrivono il Regno Unito, la Francia, la Svizzera (l'Italia è al nono posto con 3,4 miliardi di dollari negli ultimi 8 anni) come i maggiori beneficiari di investimenti cinesi in termini di valore; e Germania, Regno Unito, Francia, Paesi Bassi e Italia (in questo ordine), in termini di numero di offerte.

Per quanto riguarda il settore degli investimenti, tra le importazioni UE dalla Cina dominano i beni industriali e di consumo: macchinari ed attrezzature, calzature e abbigliamento, mobili e lampade e giocattoli. Le esportazioni dell'UE verso la Cina riguardano specialmente macchinari ed attrezzature, autoveicoli, aeromobili, e prodotti chimici. L'Unione Europea incoraggia investimenti cinesi anche in settori sensibili ed attività di alto profilo come aeroporti, reti elettriche e porti (Figura 5) e le imprese cinesi hanno spesso approfittato di queste opportunità.

Inoltre, investendo somme molto ingenti delle sue riserve valutarie, la Cina sta gradualmente diversificando e non investe più semplicemente in titoli di Stato a basso rischio. In particolare in Europa, la crisi ha rappresentato la possibilità di ottenere prezzi "scontati", con uno yuan sempre più forte (Figura 6) che rende le attivita' europee (e americane) più attraenti.
Per questo motivo, i flussi annuali verso l'Unione europea sono cresciuti da meno di $ 1 miliardo all'anno nel 2008 a una media di $ 3 miliardi nel 2009 e nel 2010, per poi triplicare a più di 10 miliardi di dollari negli ultimi due anni: dieci anni fa, c'erano meno di 20 offerte transfrontaliere, oggi ben 573 offerte sono state fatte tra il 2000 e il 2011, con la Germania in prima posizione come abbiamo detto in precedenza.

I motivi che spingono le imprese cinesi a guardare al di fuori del loro mercato interno, in primo luogo, sono ragioni legate alla concorrenza: è probabile che le imprese cinesi cerchino di internazionalizzarsi al fine di differenziarsi dagli altri attori del mercato interno per evitare consolidamenti di settore forzati dal governo cinese. Ci sono anche grandi divergenze tra i diversi settori, che si traducono sostanzialmente in diverse strategie: ad esempio, le imprese cinesi in settori come l'automobilistico o la moda non necessariamente sentono la pressione di investire all'estero, in quanto il mercato nazionale e' ampio e in crescita. Inoltre, alcuni settori possono anche non essere in grado di competere con le imprese europee in Europa - come marchi di moda in Italia o produzione di auto in Bulgaria.

La percezione complessiva cinese dell'UE è che sia un mercato sicuro e stabile per gli investimenti, con un ambiente dotato di trasparenza e legalità, stabilità sociale, marchi di fiducia, tecnologie avanzate e una forza lavoro istruita. Le aziende cinesi valutano positivamente le prospettive a lungo termine dei loro investimenti, rispetto a regioni come l'Africa e il Sud-Est asiatico. Tuttavia, in Europa alcune difficoltà sono state riscontrate durante la fase di approvazione degli investimenti dei singoli governi.

La responsabilità politica degli investimenti dell'UE spetterebbe alle istituzioni dell'UE, dopo il trattato di Lisbona entrato in vigore nel dicembre 2009; ciononostante l'Unione non ha unificato il processo di approvazione degli investimenti in entrata, e ogni Stati membro ha determinati criteri. Ad esempio la Germania, la Francia e il Regno Unito impediscono gli investimenti quando direttamente correlati alla "sicurezza nazionale" (ad esempio la difesa), o quando siano superiori a un certo valore. Le imprese maggiormente colpite sono nei settori delle telecomunicazioni e della tecnologia informatica.

Per ovviare a questo problema, le imprese cinesi hanno espressamente chiesto all'Unione Europea di esprimersi chiaramente su quali settori sono aperti agli investimenti stranieri e hanno suggerito la creazione di un documento equivalente al Catalogo Cinese per gli investimenti esteri.

Inoltre, per favorire il commercio e superare le difficolta, al 16 ° vertice UE-Cina, tenutosi il 21 novembre 2013, entrambe le parti hanno annunciato l'avvio di negoziati per un accordo sino-europeo per regolarizzare gli investimenti. Tale accordo prevede la progressiva liberalizzazione e l'eliminazione delle restrizioni per gli investitori su entrambi i mercati: lo scopo è riuscire a fornire un quadro giuridico più semplice e più sicuro per i negoziatori di entrambe le parti, tutelando investitori ed investimenti in maniera sostanziale.

La strategia cinese di diversificare non solo i mercati ma anche le riserve valutarie (specialmente dal dollaro all'euro) rappresenta una procedura per creare, nel lungo periodo, un sistema multipolare di valuta, in cui lo yuan puo' avere un importante ruolo da svolgere. In questa prospettiva, la sfida dell'Unione Europea è quella di approfittare dell' espansione asiatica: l'accordo Europa-Cina sarà dunque uno dei passaggi chiave, in particolare dopo il recente grande accordo fra Russia e Cina, per scavalcare il Vecchio Continente e gli Stati Uniti sul fronte energetico.

 

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