La domanda è diventata pressante dopo la riunione del G20 di Parigi, un diplomatico e complesso intreccio di accordo e disaccordo, con al centro proprio quanto potrà succedere al "biglietto verde".
E per riflettere sul futuro è bene guardare (anche) al passato. Per questo proponiamo ai nostri lettori una panoramica sulle fluttuazioni e sulle incertezze della moneta che finora è stata, nel bene e nel male, il cardine del sistema nel quale viviamo (Figura 1).
E per interpretarla useremo anche qualche strumento della cosiddetta "analisi tecnica", uno dei principali metodi di indagine delle fluttuazioni dei valori finanziari.

L'euro vide la luce il 1° gennaio 1998 e il primo cambio euro/dollaro fu di 1,16675,  salì ancora per qualche giorno ma quasi subito si affermò una netta impostazione ribassista. Nel dicembre del 1999 per la prima volta le due valute vennero scambiate alla pari.
Niente vita nuova con l'anno nuovo e il 27 gennaio 2000 l'euro scese al di sotto del cambio 1:1. La caduta continuò senza grandi interruzioni per gran parte del 2000: il dollaro giunse al suo massimo storico nei confronti dell'euro il 26 ottobre 2000. Bastavano allora 0,8228 cents americani per comprare un euro, una svalutazione che allarmava gli europei perché importava inflazione e provocò interventi di sostegno coordinati della Banca Centrale Europea e della Fed americana.

Anche grazie a questi interventi, la discesa finalmente si invertì e ad inizio 2001 arrivarono i primi segnali di cambiamento di direzione del mercato, per lo più a causa dei dati negativi provenienti dall'economia statunitense. Dopo un breve ritorno di fiamma del dollaro nel luglio 2001 ebbe inizio la riscossa della moneta europea: a metà agosto (ossia prima degli attentati dell'11 settembre 2001) fu riconquistata quota 0,90. Non fu un percorso a senso unico ma caratterizzato da tre minimi crescenti messi a segno fra il 2000 ed il 2002.

A rafforzare il trend rialzista arrivò l'ingresso in guerra degli Stati Uniti contro l'Afghanistan, destinato a creare un nuovo deficit per le finanze americane. E fu così che il 15 luglio 2002, pochi mesi dopo essere entrato per la prima volta realmente nelle tasche dei cittadini europei, l'euro raggiunse la parità, quattro giorni più tardi toccò quota 1,02.

E continuò a salire con qualche breve pausa, ossia con una serie di minimi e massimi crescenti, fino all'inverno 2004-2005: la discussa offensiva americana in Irak spinse la valuta europea a raggiungere quota 1,10 nel marzo 2003, per proseguire nella scalata fino al suo nuovo record storico 1,1933 
(26 maggio), prima di ricadere al di sotto della soglia di 1,10. Il recupero del dollaro era dovuto ai segnali di ripresa dell'economia americana ma, dal punto di vista tecnico, non mise mai in discussione la continuazione delle tendenze positive.

Alla fine del 2003 l'euro superò al rialzo la "resistenza" dell'area 1,195 e, con una serie di "candele" al rialzo sfondò il 26 novembre 2003 la soglia psicologica di 1,20. A pesare non erano soltanto i tassi bassi imposti dalla Fed, ma soprattutto il deficit statunitense.
Inoltre dalla Germania esponenti della Bce (che mantennero l'anonimato) comunicarono che non ci sarebbero stati interventi di contenimento almeno fino ad 1,35. Non fu quindi un caso che l'euro continuasse la sua salita con un susseguirsi di massimi fino al 1,364 del 29 dicembre 2004. Per comprare un euro di centesimi americani adesso ce ne volevano quindi 136,4.  

 

Ma qui la salita si fermò. La bocciatura, con referendum, da parte di francesi e olandesi della Costituzione europea provocò una caduta che in 14 mesi portò nuovamente l'euro al disotto della soglia psicologica di 1,20, supporto fondamentale nella storia del cambio euro/dollaro.

In realtà, tra dollaro ed euro era in corso una nobile gara tra due debolezze: alla debolezza politica di un'Unione Europea senza costituzione si opponeva infatti la debolezza finanziaria di un'America sempre più indebitata: i dati negativi riguardanti la bilancia commerciale ed il debito statunitense provocarono un nuovo indebolimento della valuta verde.

E così il dollaro arrivò a chiudere il 2007 attorno al livello di 1,47. E la crisi finanziaria non era ancora cominciata: nei primi mesi del 2008, con la minacciosa comparsa all'orizzonte dei mutui subprime e di tutto quello che ne derivò, l'euro arrivò a sfondare addirittura quota 1,60.
L'Europa, che pochi anni prima si lamentava perché importava inflazione, si lamentava ora perché, con il cambio dell'euro così alto non riusciva più a vendere all'estero e pertanto importava crisi. Ma la tendenza rialzista non andò oltre (Figura 2): nelle settimane seguenti però la moneta unica europea disegnò sui grafici un "doppio massimo" (chiaro segnale di inversione per l'analisi tecnica).

Se all'euro erano serviti circa 22 mesi per salire da 1,20 a 1,60, per il dollaro fu sufficiente un solo semestre per recuperare quasi tutto il terreno perso, portandosi fino al livello di 1,25. E qui la quotazione disegnò sui grafici un altro doppio, questa volta un minimo - e quindi segnale di una prossima tendenza rialzista -  fra la fine del 2008 e l'inizio del 2009.

Il 2009 è stato per l'euro interamente al rialzo ed ha riportato la moneta unica al di sopra della quota 1,50 prima dell'esplodere dei problemi finanziari europei relativi alla Grecia ed ai Pigs, i cosiddetti "maiali", come recita l'acronimo di Portogallo, Irlanda, Grecia e Spagna (molti dopo la prima aggiungono anche una seconda i, per infilarci dentro anche l'Italia).

La carica dei "maiali" risospinge l'euro verso il valore chiave di 1,20 che viene raggiunto a inizio estate 2010 e anche questa volta il recupero del dollaro è caratterizzato da una notevole velocità. Ma quando la "diga" del valore 1,20-1,22 pareva sul punto di cedere, la moneta unica ha ripreso a correre, risalendo fino a 1,42 nei giorni delle elezioni americane di medio termine. Un'ennesima debolezza del debito pubblico di un paese europeo, questa volta l'Irlanda, ha messo però fine alla corsa e innestato la retromarcia (Figura 3). Retromarcia breve, però, sempre per la nobile gara tra le debolezze europee e quelle di un'America il cui bilancio sembra un pozzo senza fondo.

Il rimbalzo dell'euro nelle prime settimane del 2011 non sembra poi molto forte e si è fermato in prossimità di 1,38-1,40 in attesa di vedere meglio nella stentata ripresa americana e nei nuovi patti finanziari europei (Figura 4).

A questo punto entrano in scena nomi nuovi: Ben Ali e Mubarak, Gheddafi e Bouteflika. Forse il lungo duetto dollaro-euro che ha dominato la scena valutaria mondiale sta per finire, o meglio per perdere di importanza di fronte ad altri problemi e ad altri orizzonti: di fronte a una Cina che sta spingendo l'uso dello yuan come moneta per le transazioni internazionali asiatiche e a esportatori di petrolio che vagheggiano di una nuova moneta ancorata al greggio.
E forse, in questo clima nuovo, un'alleanza più stretta tra dollaro e euro potrebbe essere vicina: che un "corridoio" di quotazioni tra 1,20 e 1,40 sia lo scenario futuro per due monete dalle difficoltà complementari?

                                       Carlo Alberto De Casa

 

                    

 

 

 

                                                                                  

 

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