Sul fronte valutario, negli ultimi mesi, il tema principale è stato il recupero del dollaro, capace di scendere in prossimità di 1,20 contro euro, livelli che non registrava da anni (Figura1).

Questo trend è in realtà la risultante di diversi movimenti. Il dollaro ha sicuramente sfoggiato gli elementi fondamentali per la sua rivalutazione nei confronti della moneta europea: le prospettive di ripresa USA sono infatti un po' più ravvicinate e un po' più consistenti di quelle dell'economia continentale e ciò inevitabilmente fornisce una causa oggettiva di apprezzamento del cambio, sostenuto anche dal differenziale tassi (specie prospettico) a lui favorevole.

Tuttavia l'euro ha pagato il prezzo di suoi elementi di strutturale criticità, elementi noti da tempo, ma che sono stati enfatizzati dalle recenti problematiche sui debiti pubblici (Grecia, etc), con annesso timore psicologico di rischio di smembramento della divisa comunitaria.

Dall'inizio dell'anno l'euro ha perso il 17% nei confronti del dollaro (Figura 2), il 22% verso lo Yen (Figura 3 e Figura 4), addirittura l'8% nei confronti della Sterlina (Figura 5 e Figura 6), valuta che certamente non ha particolari motivi per brillare in modo autonomo. L'arretramento dell'euro nei confronti del franco svizzero, pari a circa il 10% (Figura 7 e Figura 8), ha consentito alla monete elvetica di registrare i migliori livelli storici (1,32) contro quella continentale. Insomma, il franco svizzero conferma il suo ruolo di "cassaforte" dove ripararsi nei momenti di incertezza finanziaria.

Ad eccezione del franco, l'euro, pur con i suoi "mali" strutturali, non è la divisa più malconcia di questo paniere: euro, ma anche dollaro, yen e sterlina si presentano come delle "nobili decadute", cioè monete con un passato (più o meno recente) di tipo brillante, ma ora un po' claudicanti. Ciascuna divisa ha i suoi particolari punti deboli, ma il comune denominatore è che tutte costituiscono l'espressione valutaria di economie complessivamente "sofferenti" e, soprattutto, prive di vere e proprie prospettive di corposa crescita futura.

Di conseguenza tutti questi Paesi, che sono i paesi industriali di primo sviluppo, hanno l'implicito tornaconto a tener deboli le loro monete, proprio per non danneggiare e, se possibile, alimentare la competitività delle loro esportazioni. L'export è una della chiavi di una possibile crescita "sana", cioè senza l'eccessivo intervento della spesa pubblica (elemento che innesca il circolo vizioso di: incremento del deficit di bilancio, aumento del debito pubblico, risalita dei tassi, rischio più o meno ventilato di insolvenza, etc).

E' vero che, in questo drappello, l'economia USA ha migliori prospettive di ripresa, sia in termini di tasso di crescita sia in termini di più ravvicinata tempistica. Tuttavia si tratta di un confronto non fra prime della classe, ma fra squadre che veleggiano a metà classifica. Per cui il fatto che il dollaro abbia recuperato in modo corposo nei confronti dell'euro, non basta da solo a concludere che l'euro sia sull'orlo del burrone per i rischi di insolvenza dell'area mediterranea.

Alla fin fine l'anima più continentale (in altre parole: l'asse franco-tedesco) resta un baluardo che permette di guardare con serenità al futuro dell'euro, che a questo punto può ancora essere considerato una divisa meritevole di veder parcheggiata una significativa quota dei portafogli finanziari.

Da un eventuale smembramento dell'euro la Germania uscirebbe con una sua valuta "forte", in quanto il "nuovo" marco corrisponderebbe all'euro ripulito dalle criticità stile Grecia. Tuttavia un fenomeno del genere innescherebbe una tempesta finanziaria di imprecisabile portata a tal punto che non è interesse neppure dei cittadini tedeschi assistere impassibili ad un evento del genere. Poichè i cittadini tedeschi sono anche elettori dei loro rappresentanti politici, la logica porta a concludere che questi ultimi dovrebbero evitare a priori ogni situazione di disequilibrio continentale, al limite anche incrementando la politica di rigore interna.
In altri termini, meglio per gli stessi tedeschi pagare internamente (più tasse o meno servizi pubblici) piuttosto che risultare esposti a tempeste finanziarie che potrebbero risultare ingovernabili.

A parte questo ruolo di Pantalone che paga i debiti dei suoi parenti, la Germania, o meglio l'area franco-tedesca, costituisce in ogni caso la principale ossatura economica dell'Europa, un'ossatura che conferma, anche in questi mesi difficili, una sua solidità di fondo.

Se la moneta unica è accreditata di mantenere un suo ragionevole "valore" intrinseco, pare però arduo che nel breve essa si rimetta a splendere di luce propria. Il che conferma l'opportunità, per gli investitori, della diversificazione valutaria.

A ben vedere, tuttavia, i significativi trend di rivalutazione dovrebbero riguardare, più che le altre "nobili decadute" (cioè dollaro, yen e sterlina), le divise dei Paesi Emergenti: Cina, India e Brasile innanzi tutto, ma più o meno tutta l'area del Sud Est asiatico e qualche altra realtà in fase di accelerazione della crescita. In effetti la divisa cinese (sigla CNY), le cui oscillazioni sono state recentemente liberate nei confronti dell'USD, ha guadagnato da inizio 2010 il 16% nei confronti dell'euro (Figura 9 e Figura 10)

In pratica i veementi ritmi di crescita economica di tali Paesi, con annessi rischi di frizione inflattiva (Cina innanzi tutto) comportano visioni di tassi in prospettica salita, con inevitabile rafforzamento di queste "nuove" monete nei confronti di quelle tradizionali.

Da un certo punto di vista questi Paesi avrebbero interesse a non veder troppo rafforzate le loro moneta, pena una minor competitività delle loro esportazioni. Tuttavia prevale la loro esigenza di attirare i capitali internazionale, di cui sono famelici per sostenere quanto più possibile la loro crescita. Di conseguenza, questi Paesi si stanno già muovendo in termini di riforme (fiscali, finanziarie, burocratiche, etc) per risultare il più possibile appetibili ai capitali stranieri. Parimenti terranno relativamente elevati i tassi (cioè i rendimenti di eventuali investimenti in loro emissioni obbligazionarie), elemento cui si dovrebbe appunto aggiungere, agli occhi degli investitori internazionali, la prospettiva di registrare profitti finanziari sul fronte della rivalutazione di tali monete.

Il trend sarà presumibilmente destinato ad accentuarsi nei prossimi anni, ma i flussi finanziari si stanno già muovendo sulla falsariga di questi ragionamenti, traducendosi nello spostamento di ricchezza da Occidente verso Oriente, fenomeno che dovrebbe via via intensificarsi in futuro.

                                                 Carlo Crovella

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