Il 2010 si è rivelato un anno complessivamente favorevole all'investimento azionario, anche se il trend è stato piuttosto altalenante.
Il 2011 si è aperto con alcune criticità, appesantite dal recente sisma che ha colpito il Giappone.

L'indice costruito un po' artigianalmente sulla media semplice dei principali listini mondiali (Figura 1) nel 2010 ha vissuto numerosi alti e bassi, anche in termini di variazioni percentuali, più marcati nella prima parte dell'anno e, invece, decisamente più orientati al rialzo nel secondo semestre, chiudendo l'anno con una performance complessiva del 12%.

La caduta di metà anno (-10,5% rispetto a gennaio '10) va principalmente collegata alla diffusione, in quel momento, di una profonda delusione per la mancata continuazione della ripresa economica, specie nelle economie occidentali.
Il sostegno della seconda parte dell'anno è però fondamentalmente giunto dai listini dei Paesi emergenti, come appunto dimostrerà lo spaccato delle elaborazioni.

In Europa (Figura 2), l'indice totale è calato del 3% a metà anno, ma ha recuperato successivamente, chiudendo l'anno a +6%. In realtà ciò deriva dall'ottima performance dell'Est Europa, che (dopo aver ceduto il 2% a metà anno), conclude con un +12%. I listini occidentali, affossati invece dalla duplice preoccupazione della scarsa velocità di crescita e dell'abnorme mole dei debiti pubblici, hanno perso oltre l'8% ad inizio estate e concludono con un
-1%.

Anche le Borse americane (Figura 3) hanno realizzato la performance positiva nel secondo semestre: sia i listini nordamericani (USA e Canada) che quelli latino-americani (dal Messico in giù), dopo aver ceduto il 2,50% a metà anno, hanno guadagnato circa il 12% sull'inizio anno.

Infine (Figura 4) i mercati asiatici (tutti gli emergenti, ma compreso anche il Giappone) e dell'Emisfero australe (Australia, Nuova Zelanda e Sud Africa) hanno perso circa il 2,5%-3% a metà anno, ma hanno terminato il 2010 rispettivamente con +10% e +13%.

Girata la boa fra il 2010 e il 2011, la musica è però decisamente cambiata. Ancor prima di dover fronteggiare le ripercussioni del terremoto giapponese (evento che inevitabilmente ha comportato una specifica flessione dei listini a metà marzo), per le azioni si era registrato un passaggio di testimone fra i listini emergenti (in correzione) e quelli dei Paesi evoluti (in progresso).

A quali fattori era dovuto tale cambiamento? Come sempre ad una molteplicità di fattori, alcuni positivi per i mercati premiati, altri negativi per i mercati penalizzati. Innanzi tutto i listini che avevano corso tanto nel secondo semestre 2010, come capita anche ai migliori purosangue, avevano bisogno di prendere una fisiologica boccata d'ossigeno.

Gli operatori hanno utilizzato come pretesto per giustificare la liquidazione delle posizioni, il fatto che il generale quadro inflattivo degli emergenti si fosse sensibilmente innervosito.
In effetti la precedente crescita di queste economie, i cui PIL hanno concluso il 2010 a tassi annui fra il 5% ed il 10%, aveva innescato frizioni inflative già a partire dall'estate 2010. Specie in area asiatica, le Banche centrali sono ampiamente intervenute alzando i tassi e, da che mondo è mondo, quando i tassi salgono, le Borse ....scendono.

Più in generale (e, ribadiamo, a prescindere dal terremoto giapponese) il primo scorcio 2011 ha registrato un netto peggioramento del sentiment nei confronti degli emergenti, al seguito dei movimenti di piazza del mondo arabo.
Tali avvenimenti hanno dimostrato che le "nuove economie" sono ancora decisamente instabili sul piano politico-istituzionale e ciò ha rinvigorito la stima nei confronti dei Paesi "vecchi", un po' claudicanti in termini di stretta crescita economica, ma certamente privi di rischi insurrezionali o altre criticità del genere.

La riprova giunge dal mercato del credito, dove i D.C.S (Default Credit Swap), cioè i premi da pagare per assicurarsi contro il mancato rimborso delle obbligazioni governative, avevano registrato nel 2010 un sensibile avvicinamento fra le tariffe degli emergenti e quelle di alcuni Paesi decisamente evoluti

 

In altri termini assicurarsi contro il rischio di fallimento delle Tigri asiatiche o delle economie latino-.americane costava quanto assicurarsi contro il rischio di fallimento di Paesi europei come la Francia. Improvvisamente gli operatori si sono svegliati dalla loro bella favoletta e hanno riaperto i differenziali in questo comparto. Inevitabilmente i rispettivi mercati azionari hanno dovuto pagare dazio.

Ma i mercati evoluti hanno giocato delle carte anche a loro vantaggio diretto, non solo indiretto. Il listino USA ha beneficiato ancora un po' dell'ottimismo per la convinzione, generalizzata, che l'economia statunitense crescerà del 3% nel 2011.
I mercati europei occidentali avevano inizialmente beneficiato della volontà politica, espressa dai rispettivi leader, di non lasciar andare al fallimento eventuali Paesi con problemi di debito pubblico. In pratica il Fondo Salva Stati ha avuto questo effetto, anche se ora gli stessi mercati aspettano al varco i politici quando questi ultimi dovranno elaborare i contenuti tecnici di tale Fondo (e già si intuiscono profonde spaccature fra il mondo tedesco e quello latino). Va segnalato che anche per l'area Euro si profila un deterioramento del quadro inflattivo, con possibile inasprimento della politica monetaria anche nel breve.

Vi è poi, specie in prospettiva per i prossimi mesi 2011, la criticità collegata al prezzo del petrolio, conseguente ai fatti libici (ed al rischio che possano estendersi all'Arabia Saudita), ma il prezzo dell'oil non è un fattore negativo per tutti i mercati azionari. Sicuramente lo è per i Paesi importatori (tra questi l'Europa occidentale ed il Giappone, a maggior ragione dopo il sisma), ma diventa un driver positivo per i Paesi esportatori (USA e moltissimi emergenti), a patto che l'intero quadro economico mondiale "tiri" ancora.

La sintesi di tutti questi elementi è riportata dall'andamento percentuale degli indici azionari da inizio 2011. L'indice mondiale complessivo (Figura 5) ha perso fino al 3,50% sulle fiammate petrolifere  e ha patito il sisma giapponese, attestandosi ora a -4%.

L'Europa (Figura 6) nel suo complesso è poco sopra la parità, inizialmente grazie ai listini occidentali, successivamente a quelli orientali. I primi hanno incamerato una sensibile correzione post-terremoto giapponese (ora sono a -1,5% da inizio anno), i secondo hanno tenuto meglio (+1,50%).
Nel continente americano (Figura 7) i mercati del Nord si sono comportati in modo positivo (+2%), mentre quelli latino-americani hanno ceduto il 6%.
Infine (Figura 8) i mercati asiatici, affossati anche dal sisma nipponico, hanno ceduto il 7%, mentre i listini dell'Emisfero australe sono scesi del 4,50% abbondante, quasi tutto "per colpa" del terremoto.

Cosa potrebbe accadere nei prossimi mesi? Le variabili sul tavolo non sembrano favorevoli a lunghi trend rialzisti delle Borse. Oltre alla criticità petrolifera ed alle incognite post terremoto (compreso il possibile "rischio nucleare"), si profila un generalizzato scenario di frizioni inflattive e di conseguenti strette monetarie. L'epicentro di tale movimento si pone in Asia, ma dovrebbe aggiungersi anche l'Area Euro. La differenza è che in Europa il potenziale di crescita economica è davvero esiguo e una fase di politica restrittiva potrebbe ridurlo ulteriormente.

Viceversa, a meno di inasprimenti del rischio nucleare, lo sconquasso del terremoto sui listini potrebbe aprire successivi spazi di ripresa degli stessi, visto che lo stesso Giappone (dopo una prima ripercussione sul PIL) sarà mosso da diffuse necessità di ricostruzione.

Negli USA il listino potrebbe beneficiare ancora della crescita economica interna, anche se l'impressione è che gran parte della stessa sia ormai scontata dal precedente rialzo borsistico. Tuttavia ciò che potrebbe sostenere i corsi azionari statunitensi è la considerazione che non si intravedono alternative, in termini di asset americani: mica si può pensare di preferire i T-Bond governativi, inflazionati da emissioni a raffica per finanziare un debito che sta veleggiando verso il 100% del PIL? Almeno le azioni, se si scelgono le azioni "buone", hanno il vantaggio (negli USA) di poggiare su fondamentali economici in espansione.

                                                 Carlo Crovella

 

                                                   

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