Di questi tempi l'economia mondiale è zeppa di parole nuove che portano solo guai. Dopo il termine subprime, ormai sinonimo di una grave crisi finanziaria mondiale, ecco il termine agflazione che sta incominciando a interessare da vicino la nostra vita e il nostro portafoglio.

Agflazione è un termine coniato dagli analisti di Merril Lynch, una società finanziaria americana che tiene sotto costante osservazione l'economia mondiale, e deriva dal connubio di "agricoltura" e "inflazione". Per decenni l'agricoltura ci aveva dato soltanto o soprattutto prezzi bassi, specie per i generi alimentari, al punto da dover essere pesantemente sussidiata nei paesi ricchi. Ora non è più così: dai campi coltivati di tutto il mondo spira un vento che arriva fino alla nostra borsa della spesa.

A determinare questo cambiamento, come mostra la Figura 1 contribuisce prima di tutto la demografia: le bocche da sfamare nel mondo aumentano ogni anno di 60-70 milioni, ossia di un paese che abbia all'incirca le dimensioni dell'Italia. E  le "bocche" dei paesi emergenti mangiano di più di prima: l'aumento dei redditi, verificatosi soprattutto nei paesi dell'Asia sud-orientale e in Cina, si traduce prima di tutto in aumento della domanda alimentare di base, che è costituita, direttamente o indirettamente da cereali. In misura minore ma crescente contano anche gli impieghi alternativi (forse diventerà  più redditizia la coltivazione del mais per ottenere carburante "verde") e la sottrazione di terreno all'attività agricola per l'espandersi delle aree urbane.

A fronte di quest'aumento di domanda, negli ultimi 15 anni non ci sono stati progressi tecnologici che abbiano aumentato sensibilmente le rese per ettaro, mentre alcune grandi siccità (come quelle australiane del 2006 e del 2007) forse legate a mutamenti climatici, hanno ridotto la produzione.

Il risultato (Figura 2) è una riduzione delle riserve che è stato percepito in maniera improvvisa a partire dalla stagione dei raccolti del 2006 e ha determinato (Figura 3) uno scatto con pochi precedenti nel prezzo del grano che l'ha portato, in termini energetici, a livelli analoghi a quelli del petrolio.

Ritorniamo per un momento alla Figura 1:  l'aumento del prezzo dei cereali provoca conseguenze a valle su diversi fronti. Arriva sulle tavole dei consumatori in parte in via diretta (pane, pasta, biscotti e quant'altro) e in parte mediante l'aumento del prezzo dei mangimi. Bovini e ovini, per non parlare dei polli e dei tacchini, vengono nutriti con prodotti a base di cereali che appaiono destinati a costar più cari; per conseguenza, costerà più cara anche la loro carne, e tutto ciò che ne deriva, come i prosciutti e le uova. In sostanza, sull'ampio fronte della spesa alimentare si è verificata nell'ultima parte del 2007 e continuerà almeno nei primi mesi del 2008 una serie di tensioni sui prezzi. I consumatori potrebbero reagire riducendo i consumi ( l’hanno fatto gli italiani con una riduzione degli acquisti di pane)  e proprio per questo le industrie alimentari sono complessivamente caute (pur con qualche eccezione) nel trasferire l'intero aumento da esse subito nei prezzi di mercato.

Come mostra la Figura 4, dal settore alimentare in novembre è derivato il maggior elemento (a ruota seguono i trasporti per l’aumento del prezzo del petrolio) della ancora moderata spinta inflazionistica che si è registrata in Italia; e nel resto d’Europa le cose non sono molto differenti.                                               

                                                  Mario Deaglio

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