Giovedì 14 febbraio è stato il "giorno dei PIL". Sono infatti state diffuse le principali statistiche europee dell'ultimo trimestre 2012. Questi dati, seppur "preliminari"  (suscettibili, quindi, di possibili correzioni), completano l'anno appena terminato.

Il PIL 2012 medio annuo di Eurolandia risulta pari a -0,5%, confermando il quadro recessivo in atto.
Ma disaggregando i dati dei singoli Paesi, saltano all'occhio situazioni differenti fra loro. Bastano quattro dati (tutti riferiti ai PIL medi annui 2012) per sintetizzare gli andamenti contrastanti: Germania +0,7%, Francia 0%; Spagna -1,4%;  Italia -2,2%.

In tutto il continente si è fatta sentire la morsa dell'austerity, visto che anche la crescita tedesca seppur positiva (0,7%, ma era +3% nel 2011 ed il +4,2 nel 2010), non brilla certamente se confrontata con l'andamento del PIL USA 2012 (2,2%) e a maggior ragione se rapportata all'aumento del PIL cinese (7,8%) o di quello indiano (4,5%), nonostante le lievi frenate dei due paesi asiatici.

Le difficoltà congiunturali del Vecchio Continente erano state implicitamente anticipate dalla lettera che il Commissario UE agli Affari economici aveva inviato il giorno prima ai Ministri finanziari degli Stati membri (con l'aggiunta del presidente BCE). Con tale missiva, si è reso noto che i Paesi in difficoltà nel contentimento del proprio deficit pubblico potrebbero beneficiare di tempi più lunghi, in caso di peggioramento "improvviso" del trend di crescita. Naturalmente i Paesi devono dimostrare di aver assunto adeguate misure per il risanamento dei conti. Proprio negli stessi giorni la Francia ha inoltre dichiarato che difficlmente riuscirà a contenere il proprio deficit 2013 entro il 3% del PIL. In pratica, questi elementi ufficializzano indirettamente che la politica di austerity (necessaria, nel recente passato, per non perdere irreversibilmente il controllo sui conti pubblici di alcuni Stati membri) ha però accentuato il quadro recessivo a livello continentale.

A parte la situazione in Europa, il 2012 si è complessivamente rivelato un anno non brillantissimo. Ciò nonostante l'economia mondiale nel suo complesso è cresciuta del 3,2%, secondo quanto sostiene l'analisi del Fondo Monetario Internazionale, nel suo elaborato trimestrale World Economic Outlook, diffuso nel gennaio scorso (Figura 1).
Si può ipotizzare che le previsioni FMI, seppur "vecchie" di qualche settimana, incorporassero già le "anticipazioni" sui dati europei di fine 2012, per cui possono essere analizzate con una certa ragionevolezza.

Secondo il FMI, non sono completamente rientrate le ipotesi per una progressiva ripresa economica anche nei prossimi mesi, ma probabilmente ciò avverrà a ritmi molto meno intensi di quanto ipotizzato nell'autunno scorso.
Il FMI (Figura 2) fotografa perfettamente la situazione in atto: l'economia mondiale (linea blu) dovrebbe proseguire nella ripresa e raggiungere un ritmo di crescita trimestrale (QoQ, quarter on quarter) dell'1% nell'ultimo scorcio del 2013.

Questo dato è tutt'altro che disprezzabile, perché corrisponde ad un ritmo annuo del 4%. Il grafico testimonia, però, che la crescita mondiale anche nel 2013 sarà sostanzialmente imputabile ai Paesi che il FMI chiama "Economie emergenti ed in via di sviluppo". Questa definizione un po' "complessa" si è resa necessaria perché, nell'ambito dei "Paesi emergenti", vi sono ormai profonde differenze fra il primo drappello partito già da qualche anno sulla strada dello sviluppo (Cina, India, Brasile, etc) e le altre Nazioni, che li hanno seguiti solo di recente.

In ogni caso, tornando alle statistiche, questo aggregato nel suo complesso (linea verde del grafico) va ormai considerato "il motore economico mondiale", visto che, nel 2012, ha retto la situazione e, prospetticamente, fornirà il principale sostegno alla crescita del 2013, con ritmi trimestrali anche superiori all'1,5% (circa 6% annuo).

Va qui inserito un inciso e cioè che, nel contesto globalizzato in cui viviamo, non ci si può opporre alla logica dei "vasi comunicanti". Il rallentamento del ritmo di crescita (da metà 2011 a tutta l'estate 2012) dei "Paesi emergenti" è sicuramente condizionato dalle difficoltà registrate dai consumi dei Paesi avanzati. In particolare il clima di austerity europeo ha sensibilmente frenato l'export delle altre economie (sia pensi ai prodotti cinesi o indiani): solo il definitivo allentamento della morsa sui consumi in Europa e, per altre ragioni, negli USA permetterà la "piena" ripresa delle economie "terze".

Per l'aggregato che il FMI denomina "Economie avanzate" (sostanzialmente: USA, Canada, Giappone, UK, Svizzera ed Eurolandia, con l'aggiunta di qualche altro Paese, in genere del Commonwealth), il ritmo trimestrale di crescita dovrebbe aver segnato il minimo nell'ultimo trimestre 2012, "adagiandosi" praticamente allo 0% (linea rossa del grafico). Le previsioni FMI stimano una ripresa che, per l'aggregato in questione, pare concentrata nella prima parte del 2013, quindi va concettualmente concepita come un "rimbalzo dai minimi", con successiva stabilizzazione a cavallo dello 0,5% trimestrale (pari al 2% annuo).

Il suddetto aggregato del FMI accomuna in un unico destino (oltre ai Paesi complementari) sia gli USA che l'area Euro, ma non è detto che queste due realtà economiche siano "gemelle" sul piano strutturale, anzi. Anche solo a livello di previsioni numeriche dei rispettivi PIL, saltano all'occhio dati molto differenti.

 

 

Per sviluppare in modo più adeguato questo confronto, ci viene in aiuto l'abituale survey mensile, elaborata ad inizio febbraio dal settimanale britannico The Economist. Ricordiamo che una survey è un'indagine condotta su un campione di operatori, che indicano le loro previsioni sugli indicatori oggetto dell'inchiesta (in questo caso i PIL % annui). I dati vengono poi trattati in modo "anonimo", ottenendone valori medi, che possono essere considerati rappresentativi dell'opinione che esprimono in quel momento gli "esperti".

Monitorando le serie storiche dei risultati delle survey, si percepiscono le variazioni del cosiddetto sentiment di mercato, cioè il maggior o minor "ottimismo" degli operatori. La survey di febbraio 2013, secondo prassi, dovrebbe risultare l'ultima in cui vengono ancora coinvolti le previsioni sui dati 2012 (insieme a quelli 2013), mentre dal prossimo mese di marzo l'indagine affiancherà alle previsioni sui dati 2013 anche quelle sui dati 2014.

L'ultimo sguardo sull'anno appena terminato (Figura 3), prova che l'opinione media dell'indagine dell'Economist può essere considerata un valido indicatore della realtà, visto che tende a coincidere con le effettive statistiche: la crescita del PIL USA è vista a cavallo del 2% circa (livello che è considerato "di crescita fisiologica" per l'economia statunitense), mentre l'economia europea era da tempo attesa in territorio recessivo (-0,5%).

Per il 2013 (Figura 4) anche l'indagine dell'Economist conferma più o meno le previsioni dell'FMI: PIL europeo ancora leggeremente negativo (-0,1%), mentre quello statunitense è previsto in crescita all'1,9%.

Tuttavia questi dati, nella loro natura di "dati medi", incorporano non poche ambiguità. Per la statistica europea, occorre sottolineare che potrebbero riproporsi, se non accentuarsi, le differenze di crescita fra i diversi Paesi.
Il blocco nordico (Germania in primis) potrebbe beneficiare delle esportazioni capaci di rivitalizzarsi proprio grazie alla ripresa dell'attività industriale nei Paesi in via di sviluppo (maggior export cinese significa maggiore richiesta produttiva di macchinari e attrezzature, che sono una delle voci tipiche dell'export tedesco).

Viceversa l'aggregato dei Paesi europei "sofferenti" sul fronte dei conti pubblici, vivrà presumibilmente un periodo di transizione, con statistiche complessivamente recessive (Italia: -1%, Spagna: -1,6%). Prima che riparta davvero anche la loro crescita, occorre che vengano risolti del tutto i problemi strutturali che affliggono questi Paesi: dal completo riordino dei conti pubblici al rientro delle difficoltà del sistema bancario (più critico in Spagna che in Italia, non a caso le previsioni economiche iberiche per il 2013 sono più negative di quelle italiane).

Per l'economia statunitense, le previsioni, che ballano a cavallo del 2% per il 2013, stanno evidentemente scontando la soluzione (grazie ad un accordo politico) del cosiddetto flscal cliff. Com'è noto, il fiscal cliff (il baratro fiscale) è costituito dal venir meno di agevolazioni fiscali e voci di spesa pubblica varate già durante l'Amministrrazione Bush. In caso di mancata soluzione di tale problema, le stime di vari economisti indicano in un range compreso fra il -2% ed il -4% l'eventuale impatto sull'andamento della congiuntura USA. In pratica, a parità di altre condizioni, il PIL USA potrebbe teoricamente attestarsi fra lo 0% ed il -2%. Il dato (preliminare) del PIL dell'ultimo trimestre 2012 (-0,1% trimestrale), primo calo dopo tredici trimestri consecutivi di crescita, sembra essere determinato proprio dalla riduzione del 15% della spesa pubblica, una specie di anticipazione del fiscal cliff.

D'altra parte, pur accettando l'ipotesi di un accordo politico, non si riesce a comprendere come una qualsiasi soluzione del fiscal cliff non possa ribaltarsi nell'ulteriore aumento del deficit e, soprattutto, del debito pubblico USA. Quest'ultimo è già salito oltre il 100% del PIL e l'ulteriore sua crescita potrebbe spingere gli USA verso il quadro in cui si è recentemente trovata Eurolandia. Come dimostra l'esperienza europea, la sanatoria per i problemi sui conti pubblici fuori controllo non può che impeniarsi su una violenta sterzata verso l'austerity, con inevitabili riflessi recessivi sull'economia. Per gli USA tale rischio non è ancora contemplato dalla previsioni in essere.

Al netto di queste considerazioni, riproproniamo la consueta elaborazione sul possibile ritmo trimestrale (QoQ) sia dell' economia europea che di quella americana. L'attuale elaborazione è stata costruita sui dai annui del FMI (per disporre di previsioni sia 2013 che 2014). Ricordiamo che l'elaborazione è orientata ad invididuare, partendo dai dati certi del 2012, una combinazione di variazioni trimestrali (QoQ) che determino corrispondenti variazioni tendenziali (YoY, year on year), la cui media coincida con i dati annui delle previsioni (Figura 5).

L'economia USA (al netto delle riflessioni sul fiscal cliff) dovrebbe proseguire lungo una crescita complessivamente brillante, mentre quella europea sembra destinata a registrare, nel primo semestre, un andamento ancora sul filo della recessione. La ripresa della seconda parte dell'anno 2013 potrebbe estendersi anche al primo scorcio 2014 (Figura 6), ma successivamente sembra destinata a perdere nuovamente intensità, fino a stabilizzarsi di nuovo poco sopra lo zero nel secondo semestre 2014.

                                                 Carlo Crovella

                                     

                                            

 

                                    

 

                                               

 

                                

                              

                                                

            

 

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