Con l'inizio del nuovo anno, giunge il tempo per il consueto commento sulla survey economica condotta dal periodico britannico The Economist.
Come è noto, la survey è un'indagine statistica, con relative elaborazioni, sulle previsioni elaborate dalle principali istituzioni finanziarie mondiali. Partendo dal presupposto che gli uffici studi di tali istituzioni, seppur non infallibili, mastichino bene la materia, la media di tali previsioni può essere ragionevolmente assunta come l'attuale "opinione dei mercati" sul quadro congiunturale.

La prima nota che balza all'occhio è che il PIL mondiale (Figura 1), dopo essere rimbalzato sensibilmente in fretta dai minimi della recente crisi depressiva, è previsto di nuovo in calo: le stime dell'Economist lo fissano al 3% circa per fine 2011. Stime che peraltro stridono con le ultime previsioni di gennaio del FMI, che indicano una crescita del 4,4% nell'anno in corso.

Nel dettaglio, ci concentriamo sui dati relativi alle principali economie. Le previsioni sui PIL 2010 (Figura 2), di cui si avranno fra qualche settimane le statistiche ufficiali finali, evidenziano come unica particolare caratteristica l'ulteriore miglioramento delle attese sul PIL giapponese (ora stimato al 3,6%, contro il 2,8% americano e l'1,7% europeo). Ma sull'anno appena terminato i giochi sono per lo più già "fatti", per cui non merita soffermarsi maggiormente. Segnaliamo solo che viene confermata l'attesa di un PIL tedesco 3,5%.

Decisamente più interessanti risultano invece le previsioni sui PIL 2011 (Figura 3): il Giappone "rientra" nel range 1% - 1,5%, ma gli USA dovrebbero invece rivelarsi i top performer fra i G7, con un PIL 2011 al 3% (Europa all'1%, Germania al 2,5%).

A questo punto introduciamo un nostro usuale "giochino" (Figura 4), quello di far combaciare le ultime statistiche ufficiali sui PIL di Eurolandia e USA con le previsioni della survey, per vedere che itinerario trimestrale devono compiere i numeri per spostarsi fra i due dati noti. L'economia europea non viene sostanzialmente vista con grandi variazioni rispetto ad un trend piuttosto sottomesso, mentre quella USA è ora accreditata di una significativa accelerazione, in particolare nellì'ultimo trimestre 2011 (+1,8% QoQ, che espresso secondo la metodologia americana, potrebbe risultare superiore al 7%!).

 

 

Passando all'altro indicatore oggetto dell'indagine condotta da The Economist, l'inflazione, il trend 2010 (Figura 5) raggruppa i dati a cavallo dell'1,5%, salvo quello giapponese che staziona a -1%.

Le previsioni sul 2011 (Figura 6) dimostrano che l'inflazione non è ancora percepita come un rischio immediato, nonostante le corpose politiche degli anni scorsi di aumento della spesa pubblica e di relativo ampliamento dei debiti pubblici. Questi ultimi fattori non potranno che essere fronteggiati (almeno in parte) con un aumento della moneta stampata, il che tradizionalmente si traduce in successiva inflazione. Ma i tempi messi in conto dagli analisti sono ancora lunghi e nel 2011 l'inflazione è sostanzialmente attesa nel range compreso fra l'1% e il 2%, con l'unica strutturale eccezione del Giappone (-0,1%).

Infine introduciamo un secondo "giochino" che è possibile elaborare sulla base dei dati analizzati e cioè quello di calcolare la stima dei tassi di interesse 2011 come somma della rispettive previsioni sui PIL e sull'inflazione. La logica economica del ragionamento è molto semplice: se si investe una somma in un'attività del mercato monetario (che per definizione ha durate non superiori ai 12 mesi), è "logico" attendersi un rendimento che da un lato recepisca il rendimento di una parallela attività dell'economia reale (il cui tasso  può essere rappresentato dalla crescita percentuale del PIL) e dall'altro che protegga dal depauperamento del potere d'acquisto a causa dell'inflazione.

Ebbene (Figura 7) i tassi di interesse espressi con questa metodologia risultano sensibilmente superiori agli attuali: i tassi USA (ora sotto l'1%) dovrebbero balzare addirittura al 4,5%, quelli europei (oggi fra 0,75% e 1,50%) dovrebbero in ogni caso salire al 3%. Ricordiamo che i tassi impliciti (cioè i valori attesi espressi dalla curva corrente dei tassi di interesse) oscillano, per l'autunno 2011, poco sopra lo 0,50% per gli USA e all'1,50% per l'Europa.

Se ne deduce che il modello non è del tutto in equilibrio e, su uno de versanti, dovrà correggersi sensibilmente rispetto agli attuali livelli: o la crescita del PIL (specie USA) non sarà all'atto pratico così veemente, e l'inflazione tornerà a calare, oppure i tassi di interesse schizzeranno davvero ben oltre i livelli che la stessa curva pronostica.

                                                

Carlo Crovella

 

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