La recente diffusione dei risultati dell'indagine economica ("survey" nella terminologia economica anglosassone) condotta dal periodico britannico The Economist è, come sempre, una preziosa occasione per elaborare alcune osservazioni aggiuntive sull'andamento delle principali variabili economico-finanziarie.

Come è noto una survey, secondo la prassi anglosassone, è un'indagine condotta presso soggetti accreditati, in quanto esperti dell'argomento (in questo caso si tratta degli analisti delle principali Banche e Società finanziarie mondiali) sulle previsioni che gli stessi soggetti elaborano circa l'andamento delle variabili (in questo caso, economiche) sottostanti. Le risposte degli analisti vengono elaborate e i risultati numerici sono diffusi senza corrispondenza con i singoli soggetti intervistati.
La più banale delle elaborazioni è il calcolo di valori medi, la cui entità può essere concettualmente riconosciuta come la sintesi di ciò che pensa un campione estremamente qualificato sull'andamento della variabile sottostante.

E' superfluo ricordare che i previsori, per quanto "raffinati", non sono infallibili e pertanto i risultati di una survey devono essere considerati non come il responso di una cartomante sul futuro dell'economia ma come l'espressione del sentiment degli esperti, cioè della percezione che gli esperti esprimono sull' andamento congiunturale.

Appropriandoci di una metafora di natura "matematca", possiamo dire che se l'andamento della variabile sottostante (in questo caso, la crescita del PIL) è la funzione principale, i risultati della survey ne costituiscono la "derivata prima".

Tale "derivata prima" già da sola è motivo di maggior informazione sul quadro economico, ma su tale asse possiamo pensare di inserire alcune altre considerazioni, che (sempre con riferimento alla metafora "matematica") possono essere concettualmente considerate come la "derivata seconda".

L'indagine in questione analizza diverse variabili economiche, con riferimento ad una molteplicità di Paesi.
Per snellezza operativa limitiamo l'attuale analisi alle due principali variabili (crescita del PIL ed Inflazione), riferendoci alle tre prime economie mondiali (USA, Eurolandia e Giappone), sintetizzate dalla loro media (il cosiddetto G3), cui aggiungiamo l'Italia, per interesse campanilistico.

La Figura 1 evidenzia che le previsioni sulla crescita del PIL 2009, pur oscillando in territorio negativo, sono in risalita rispetto ai minimi (delle previsioni stesse) registrati nella scorsa primavera. Gli attuali range di tali previsioni oscillano fra il -2,5% per gli USA ed il -5,7% del Giappone.
Nel mezzo si inseriscono l'EU (-3,8%) e l'Italia (-4,9%).

In netta risalita (e questa volta in territorio positivo) si confermano anche le previsioni sul PIL 2010  (Figura 2), con gli USA a far da lepre (+2,5%), seguiti dal Giappone (+1,4%), sul quale evidentemente converge il consenso degli analisti, dopo la svolta elettorale di fine agosto e la prospettica politica economica di sostegno alla domanda interna delineata dal nuovo Governo. Per l'EU il  PIL 2010  è atteso a +1,2%, mentre l'Italia rimane in coda con un modesto + 0,7%.

Riprendendo la metafora di natura "matematica", potremmo a questo punto inserire una "derivata seconda", rispondendo a questa domanda: come si "passa" dai dati storici dei PIL alle previsioni annue 2009 e 2010 espresse dalla survey?

Vi sono combinazioni numeriche, teoricamente infinite, che legano questi due estremi numerici della catena logico-sequenziale, ma il buon senso ci porta ad individuare una soluzione che, oltre a rispondere perfettamente ai requisiti matematici, appare fondata in termini di evenienze economiche.

Per comprendere i calcoli, si ricorda, en passant, che i il confronto del PIL di un trimestre con quello del trimestre precedente determina la variazione trimestrale (gli anglosassoni la "graffiano" QoQ, cioè Quarter-on-Quarter), mentre il confronto con il  PIL dello stesso trimestre di un anno prima determina la variazione tendenziale (YoY, Year-on-Year). Le metodologie statunitensi calcolano il PIL in termini di variazione trimestrale annualizzata, (pari alla variazione QoQ moltiplicata per quattro, come se qual ritmo trimestrale fosse tenuto nell'arco di un anno solare). Infine, la media delle quattro variazioni tendenziali costituisce la variazione media annua.

Rispolverati velocemente i concetti metodologici di base, possiamo passare ad analizzare la tabella della Figura 3.
La prima particolarità che balza all'occhio è che il PIL 2009 dell'Unione Europea, pur chiudendo l'anno con un -3,8%, "deve" registrare un bel rimbalzo negli ultimi due trimestri dell'anno, con ritmi nell'ordine dello 0,7%-0,8% QoQ.
Visto l'umore ancora depresso dei consumatori finali, si tratterà presumibilmente di un rimbalzo costituito dalla ricostruzione delle scorte aziendali: in effetti nel primo semestre dell'anno le aziende, di fronte alla rarefazione degli ordini, hanno consumato il magazzino ed ora tenderanno a ricomporlo.

Che sia plausibile un rimbalzo nella coda del 2009, lo sostiene anche Bankitalia che nel recentissimo Bollettino ipotizza un aumento QoQ dell'1% già nel terzo trimestre dell'anno.
Esaurita la corsa alla ricostruzione dei magazzini aziendali, il ritmo di crescita QoQ del PIL EU 2010 è quantificabile in un fisiologico 0,2%-0,3%, corrispondente ad un risultato finale 2010 pari a +1,2%.

Sempre la Figura 3 recepisce il recentissimo preliminare del PIL USA 3 T '09, che registra un inaspettato aumento (3,5% trimestrale annualizzato, pari a +0,90% QoQ), in parte ridimensionato da una successiva statistica sui consumi finali, di nuovo in calo a settembre. Evidentemente l'aumento economico USA del 3 T '09 deriva in parte (lato aziende) dalla ricostruzione delle scorte, in parte (lato famiglie) dagli incentivi nel settore automobilistico, terminati i quali i consumi hanno di nuovo patito .
Di conseguenza, è probabile che l'ultimo trimestre '09 possa nuovamente registrare un segno "meno", mentre la crescita USA potrebbe mettere decisamente il turbo nel 2010, specie nel secondo semestre.

I numeri che vediamo, per gli USA, nella tabella della Figura 3, non saranno quelli che leggeremo sul giornale, per la citata diversa metodologia di calcolo: ne consegue che l'ipotizzato 1,7% QoQ dell'ultimo trim. 2010 corrisponde ad un 6,8% calcolato secondo la metodologia americana. Numeri che faranno "gridare al miracolo", ma che se riportati ad una consona metodologia di calcolo, appaiono in realtà il frutto di una fisiologica ripresa dopo la recessione.

Passando all'altra principale variabile oggetto della survey Economist, l'inflazione (CPI), la Figura 4 evidenzia che le previsioni sull'andamento 2009, dopo la profonda "caduta" di inizio anno, sono sostanzialmente stabilizzate un po' sopra i minimi, pur restando in territorio negativo  per quanto riguarda gli USA (-0,4%) e, soprattutto, il Giappone (-1,2%).

Interessante risulta anche la Figura 5, riferita alle previsioni sulla CPI 2010, perché si nota che le già citate attese di ripresa della congiuntura si sono tradotte in un aumento (rispetto ai minimi) delle previsioni sull'inflazione 2010, in particolare per quella USA, oggi ipotizzata all'1,5%.

Concludiamo l'analisi della survey Economist con un'altra "derivata seconda", ovvero il calcolo delle previsioni sui tassi di interesse 2010 (Figura 6) , incorporate nelle sopraccitate previsioni congiunturali.

Il concetto è molto semplice: se dispongo di un importo da investire con un preciso arco temporale, esempio un anno - un anno e mezzo, mi aspetto che l'eventuale investimento di tale somma in una attività finanziaria (esempio: un BOT o un deposito bancario vincolato o un bond con coerente vita residua) mi garantisca un rendimento (%) pari almeno alla somma due componenti:
1) il rendimento che la stessa somma mi garantirebbe se la investissi in un'attività reale (sinteticamente rappresentata dalla crescita del PIL).
2) la compensazione della perdita del potere d'acquisto per "colpa" dell'inflazione.

In conseguenza di questo ragionamento, si può sostenere che la somma delle previsioni sulla crescita PIL e di quelle sull'andamento dell'inflazione possa, anche se spannometricamente, rappresentare le previsioni sui tassi di interesse. Qui si parla, genericamente, di tassi "monetari", ovvero per impieghi con scadenza certa "nel corso del 2010". Ricordiamo ancora una volta che i numeri (seppur rielaborati), che ci arrivano da una survey, evidenziano il sentiment, cioè la percezione che gli analisti hanno sulla variabile (in questo caso, i tassi di interesse) oggetto dell'analisi e non degli obiettivi da assumere validi in valore assoluto.

La Figura 6 illustra che le previsioni sui tassi 2010 sono tutte in aumento, non solo rispetto ai minimi previsionali, ma soprattutto rispetto ai livelli attuali dei tassi di interesse: i tassi europei in pratica l'Euribor), oggi compreso fra 0,35% e 1,25%, è atteso al 2,5%; addirittura i tassi monetari USA (i Libor USD), oggi attestati fra lo 0,20% e l'1,20%, sono previsti al 4%.

In effetti, riprendendo in mano questi numeri con l'ottica dell'analista economico, si può affermare che i "conti tornano": a seguito degli interventi americani per controbattere la recessione, il Deficit Federale USA è cresciuto (in percentuale rispetto al PIL) dal 3% degli anni dell'Amministrazione Bush al 10% del primo anno della gestione Obama, raggiungendo un importo che è confrontabile, in valore assoluto, al PIL della sola Spagna.

L'intero mondo è chiamato a finanziare tale disavanzo (presumibilmente destinato a crescere ancora) e i grandi "banchieri" del debito USA (Cina e Giappone in primis) richiederanno rendimenti in crescita per sottoscrivere nuovi Titoli del Tesoro USA.

                                                 Carlo Crovella

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