La prima previsione autorevole del 2008 sull’andamento economico mondiale di quest’anno è arrivata il 9 gennaio ed è firmata dalla Development Policy and Analysis Division delle Nazioni Unite. Assai meno noto del Fondo Monetario, della Banca Mondiale o dell’OCSE, questo istituto di ricerca si era già contraddistinto nel 2007 per atteggiamenti molto più cauti, sconfinanti nel pessimismo, sullo stato dell’economia mondiale. Il suo rapporto di quest’anno (i lettori lo troveranno nel sito dell'istituto)  non poteva che rincarare la dose. La sua importanza per comprendere lo stato del mondo in questo momento di forti cambiamenti deriva dalla presentazione di due scenari nettamente diversi, uno “scenario base” e uno “scenario pessimistico”.

Lo “scenario base” non è molto diverso dalle previsioni che sono state elaborate negli ultimi mesi dalle  maggiori organizzazioni di ricerca congiunturale: atterraggio morbido degli Stati Uniti e leggero rallentamento della crescita mondiale (Figura 1) ma quando si mette a confronto questa previsione con lo “scenario pessimistico”, ossia la peggiore soluzione ragionevolmente ipotizzabile, qualche brivido comincia a correre lungo la schiena. Questo confronto è presentato nella Figura 2 e individua come possibile un – sia pur piccolo - valore negativo per la crescita americana. Siccome la popolazione americana cresce dell’1,5-2 per cento all’anno, anche grazie all’immigrazione, questo implica una riduzione non piccolissima del reddito medio per abitante, la convenzionale ma efficace misura del benessere e della ricchezza di un paese.

La caduta americana farebbe scendere nettamente il tasso di crescita dei paesi sviluppati (i dati per l’Unione Europea non sono specificamente menzionati ma si può ragionevolmente calcolare una crescita attorno all’1 per cento, all’incirca la metà di quella prevista oggi).

Sui paesi emergenti  ed ex-socialisti (Cina, India, Brasile, Russia e altri simili) l’impatto sarebbe consistente ma più limitato: la loro imponente velocità di crescita si ridurrebbe di circa un terzo. Alla generale tendenza al rallentamento dovrebbe fare eccezione l’Africa (Figura 3), ma il peso del Continente Nero sull’economia mondiale è davvero minuscolo e non fa quasi differenza sul totale.

Un’analoga, brutale diversità di previsioni riguarda il cambio del dollaro che, contro euro, potrebbe oscillare tra valori prossimi agli attuali (perfino un po’ più elevati) e un’ulteriore caduta di circa il 25 per cento (Figura 4) mentre ancora maggiore sarebbe l’oscillazione nei confronti dello yen. Questo “scenario pessimistico”, del resto, è coerente con la politica della Fed, la banca centrale degli Stati Uniti, annunciata dal governatore Bernanke il 10 di gennaio, circa la disponibilità a ridurre il costo del denaro per sostenere l’economia: naturalmente una simile riduzione farà perdere fortemente terreno al dollaro. La Fed scommette, di fatto, sull’accettazione da parte degli altri paesi (e in particolare di quegli asiatici) di questa riduzione, sul loro non spostamento sensibile di fondi verso altre valute (in pratica, l’euro) e sulla loro disponibilità a continuare a usare un dollaro svalutato per i loro commerci. Una scommessa, appunto, e certo non vinta in partenza.

La minore forza dell’economia mondiale ridurrà la spinta sui prezzi delle materie prime (Figura 5) con l’eccezione del petrolio (su cui il rapporto non si pronuncia) e soprattutto sui metalli legati alla produzione industriale. Dal punto finanziario non dovrebbe esserci uno specifico “rischio paese” per i paesi poveri (Figura 6) ma si dovrebbe ripetere il paradosso in base al quale, come negli anni passati, i poveri prestano ai ricchi: il flusso netto di risorse finanziarie (in pratica riserve accumulate mediante surplus commerciali, in buona parte legati al petrolio) dai paesi emergenti ai paesi avanzati dovrebbe continuare (Figura 7). A meno che – aggiungiamo noi – i paesi emergenti non si dotino di una “moneta di riserva” e si instauri davvero un nuovo ordine economico mondiale.

                                                  Mario Deaglio

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