Con il termine private equity si indicano fondi di investimento “chiusi” i quali, di regola, raccolgono capitali privatamente, ossia senza passare dal mercato, e li impiegano, spesso con alti profitti, in varie forme di investimento in società quotate, spesso di rilevanti dimensioni, per toglierle dai listini di Borsa, sovente ristrutturarle profondamente con la vendita di rami ritenuti secondari o poco redditizi (lo “spezzatino”) e rivenderle dopo un periodo medio-lungo (3-5 anni) con elevati profitti.

La tipologia di operazione più importante di fondi di private equity è il buyout (o leveraged buyout) in cui una società viene acquisita con l’appoggio dei suoi stessi dirigenti. I suoi sostenitori ritengono il private equity uno strumento essenziale del capitalismo moderno  in quanto in grado di assumersi livelli elevati di rischio per i quali il tradizionale mercato azionario – volubile e legato ai profitti speculativi di breve periodo – non è attrezzato. Sono però possibili abusi, specie nel caso del buyout, spesso legato alle informazioni privilegiate di cui dispongono i dirigenti che partecipano all’operazione.

Nel tormentato mondo della finanza globale, il private equity ha vissuto nel 2007 contemporaneamente il suo periodo più bello e il suo annus horribilis. All’inizio dell’anno, infatti, le operazioni erano finanziate con il denaro, abbondante e a basso costo, che allora inondava i mercati, una tendenza che si interruppe bruscamente con la crisi dei subprime.

Dopo un successo vorticoso che aveva portato il valore delle operazioni di acquisizione di imprese da parte di questi fondi da circa 30 miliardi di dollari al trimestre nel 2003 a una media di oltre 200 miliardi al trimestre nel 2006 (Figura 1) i buyouts aumentarono ancora nei primi sei mesi del 2007, superando, nel secondo trimestre, i 400 miliardi (Figura 2). In febbraio, la TXU, la maggiore impresa energetica del Texas, venne acquistata da una “cordata” di fondi per oltre 43 miliardi di dollari, il massimo mai pagato per un’acquisizione borsistica negli Stati Uniti.

A marzo negli Stati Uniti si intravedono i primi segni consistenti di un mutamento di tendenza anche per le critiche di azionisti e lavoratori (in Francia e Germania erano già da tempo chiamati “fondi avvoltoio”). Al private equity i primi rimproverano la pratica di far indebitare fortemente le società acquistate, i secondi di tagliare spese e posti di lavoro in un’ottica di facili profitti, distruggendo così un prezioso, anche se non immediatamente monetizzabile, capitale umano e materiale delle imprese. Al Congresso si fa strada l’idea di un’imposta speciale sui manager dei fondi di private equity.

La risposta del private equity consiste nell’offrire  agli azionisti ostili di mantenere una quota nella società acquistata, in ampie aperture alle preoccupazioni ecologiche (nel caso di acquisto di società energetiche) e anche nella quotazione in Borsa, con un successo immediato, di numerosi fondi un tempo riservati a capitalisti ricchissimi.

Il vento della Borsa stava però decisamente cambiando. Il prezzo delle possibili “prede” aumentava, rendendone più rischiosa l’acquisizione; la crisi dei subprime ad agosto colpisce precisamente la “materia prima” del private equity, ossia il denaro abbondante e a buon mercato. A ottobre un gruppo di fondi acquirenti non riesce a “chiudere” l’acquisizione di SLM Corp e altri “grandi affari” vengono abbandonati. Il volume delle operazioni di  private equity scende a livelli bassissimi (Figura 3), con un piccolo rimbalzo in Europa e in Asia (Figura 4).

Si avverte un cambiamento nella natura di questo strumento: esso appare più adatto all’acquisizione e all’ammodernamento di piccole e medie imprese famigliari, con l’ottica non già di toglierle dalla Borsa, ma di collocarvele dopo un periodo di riorganizzazione. In questo ruolo, il private equity può svolgere una funzione positiva, soprattutto in Europa e in particolare in Italia. Come spesso nella storia umana, un’invenzione ha successo quando viene utilizzata per scopi diversi da quelli previsti dal suo inventore.

                                                  Mario Deaglio

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