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Ricchezza
non sempre l'altra faccia della povertà
giovedì 4 ottobre 2007

Consulta i grafici di questa tavola

Chi è ricco non è povero e questo sembra assodato. I due fenomeni, però, non sono semplicemente l’altra faccia l’uno dell’altro. Mentre infatti è possibile stabilire vari livelli di povertà, per esempio redditi di 1 o 2 dollari al giorno,  per cui è possibile dire dove la povertà comincia; la ricchezza è un concetto relativo ed è più difficile stabilirne un livello iniziale.

 E’ però possibile determinare – sia pure in via sommaria e approssimativa, in genere mediante sondaggi – quanto valgono tutti i patrimoni delle famiglie di un paese e del mondo. Ci hanno provato quattro ricercatori di WIDER, un ente delle Nazioni Uniti e un risultato sommario è presentato nella Figura 1. Tale figura appare speculare a quella della povertà per quanto riguarda i grandi gruppi di paesi, ma è interessante notare come i patrimoni famigliari dei giapponesi, notoriamente risparmiatori accaniti, superano quelli degli statunitensi, notoriamente spendaccioni. I patrimoni famigliari degli italiani risultano mediamente più elevati di quelli francesi e inglesi e forse in questo senso occorre tener conto dell’”economia sommersa”, molto maggiore in Italia che nel resto d’Europa, che sfugge agli statistici e contribuisce alla creazione dei patrimoni famigliari. I paesi emergenti dell’Asia sono tutti compresi in una fascia inferiore a 10mila dollari. La stessa cosa succede in America Latina, dove però Messico, Venezuela, Argentina e Cile sono in una categoria più elevata.

 

I patrimoni crescono di regola più lentamente dei redditi e se il divario dei redditi tra paesi può colmarsi (abbastanza) facilmente, quello dei patrimoni è molto, molto più profondo. Dalla Figura 2 si ricava che l’88 per cento dei patrimoni mondiali si trova nei paesi ricchi, diviso in parti più o meno uguali tra America Settentrionale, Europa e Asia “ricca” (Giappone) più Australia e pochi altri paesi. India, Cina e altri paesi asiatici che complessivamente assommano a oltre un quarto del reddito mondiale, fanno poi registrare il 6-7 per cento dei patrimoni mondiali: per colmare il divario la “galoppata” delle tigri deve durare ancora molto a lungo (Figura 3).

 

 

Al divario tra paesi, poi, si aggiunge il divario all’interno dei paesi: il confronto tra la Figura 4 e la Figura 5 ci dà un’idea della concentrazione della ricchezza. Gli Stati Uniti, paese in cui i divari sono molto sensibili, pesano per oltre un terzo della ricchezza complessiva detenuta dall’1 per cento più ricco della popolazione mondiale ma solo per un quarto della ricchezza detenuta del 10 per cento più ricco; il contrario succede in Germania, dove i megaricchi sono relativamente pochi (4 per cento della quota mondiale) e i ricchi relativamente molti (8 per cento della quota mondiale). Regno Unito, Francia e Italia presentano quote piuttosto bilanciate, segno che il fenomeno dei “megaricchi” è piuttosto contenuto.

 

Un altro studio, preparato da Cap Gemini e Merril Lynch ha trovato che il numero di persone con capitali finanziari superiori a un milione di dollari (ossia circa 800 mila euro) era pari nel 2006 a solo 8,7 milioni di persone, ossia poco più di un essere umano ogni mille. Stimiamo che esso possa aumentare a 30-40 milioni di persone se si includesse anche il capitale immobiliare, spesso però molto difficile non solo da valutare ma soprattutto da rendere liquido.

                                                 Mario Deaglio

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