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La cerimonia di indipendenza del Sudan del Sud, il 9 luglio scorso, ha messo in subbuglio i piani strategici e commerciali di una delle principali potenze mondiali, la Cina.
La scelta dell'indipendenza, da parte del Sud Sudan, giunge dopo ventuno anni di guerra civile e in seguito ad un referendum popolare, tenutosi nel gennaio di quest'anno, in cui gli abitanti del Sud hanno votato per la secessione con una percentuale del 98%.
Le differenze tra Nord e Sud sono significative (Figura 1). Il Sud, a maggioranza cristiana, presenta un terreno fertile e contiene la maggior parte dei pozzi petroliferi di quello che fu il Sudan unito, anche se è scarsamente dotato di infrastrutture; la sua indipendenza è bene accolta e favorita dalle Nazioni Unite, che hanno già provveduto ad emettere una Risoluzione per l'invio nel paese di 7 mila caschi blu al fine di sostenere la nascita del nuovo stato e garantirne la sicurezza.
Il Nord, invece, a maggioranza musulmana, occupa un territorio perlopiù desertico, ma possiede migliori infrastrutture per lo sfruttamento delle risorse energetiche; inoltre, è governato da un presidente, Omar al Bashir, su cui pende un mandato di cattura emesso dalla Corte penale internazionale dell'Aja per crimini di guerra e contro l'umanità in Darfur. Si tratta insomma di una situazione ideale per lo scatenarsi di rivalità strategico - economiche internazionali.
La Cina ha stretti legami commerciali con il Sudan. Basti pensare che nel 2009 il 58% delle esportazioni di prodotti sudanesi è finito in Cina (Figura 2), e che la sudanese Greater Nile Petroleum Operating Company (GNPOC), la principale compagnia petrolifera del paese, è posseduta per il 40% dalla China National Petroleum Company (CNPC) (Figura 3).
La Cina ha iniziato ad investire in Sudan mentre altri concorrenti internazionali guardavano altrove, e ha pertanto promosso la costruzione delle infrastrutture necessarie affinché il paese diventasse a tutti gli effetti produttore ed esportatore di greggio: oleodotti che attraversano tutto il territorio sudanese, due terminal portuali a Port Sudan, diverse strade e rotaie. Questi progetti sono stati finanziati dalla Cina, per un totale stimato di più di 8 miliardi di dollari, secondo un accordo per cui il gigante asiatico avrebbe ricevuto in cambio accesso preferenziale al mercato del petrolio sudanese.
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La produzione di petrolio sudanese ammontava all'inizio del 2011 a circa 490.000 barili al giorno, e rendeva le riserve del Sudan terze in Africa Sub sahariana e quinte dell'intero continente (Figura 4).
Tuttavia, la nascita del nuovo Stato rischia di compromettere i progetti cinesi: l'80% del petrolio estratto in Sudan, infatti, è prodotto nel Sud del paese, e una vasta concentrazione dei giacimenti si trova nella regione centrale del vecchio Sudan, Abiya (Figura 5), ora al confine tra i due nuovi paesi.
Le relazioni tra Cina e Sud Sudan non sono mai state buone, a causa del supporto offerto da Beijing al Presidente Bashir. Man mano che lo scenario di indipendenza del Sud diventava sempre più realistico, le cose sono dovute cambiare: da un lato, la Cina ha rinforzato negli ultimi anni i contatti con Juba, la capitale del nuovo paese, promettendo la costruzione di una centrale idroelettrica e di altre infrastrutture; dall'altro il Presidente del Sud, Salva Kiir, ha rassicurato Beijing circa la sicurezza dei suoi investimenti nel neonato paese.
Questa vicinanza, tuttavia, è vitale per gli interessi del Sud Sudan: infatti, il petrolio estratto non potrebbe raggiungere Port Sudan e, da lì, il mercato, se non utilizzasse gli oleodotti cinesi, i terminal marittimi e le raffinerie. Questa situazione unisce anche i destini di Sudan e Sud Sudan: i Capi di stato di entrambi i paesi hanno stabilito di mantenere relazioni cordiali e, soprattutto, di continuare a dividere al 50% i proventi della vendita del petrolio, come avveniva anche prima dell'indipendenza.
Tali proventi costituiscono attualmente il 60% del budget annuale del Nord e il 98% di quello del Sud: l'importanza del petrolio nell'economia di entrambi e la necessità che entrambi cooperino per trasferire questo tesoro al mercato favorisce la ricerca della pace e della collaborazione. Inoltre, anche la Cina rientra in questo gioco: sebbene il petrolio sudanese soddisfi soltanto il 6% del suo fabbisogno (Figura 6), il gigante asiatico non può permettere che i suoi investimenti in Sudan siano resi inutili dopo l'indipendenza.
Un intricato sistema di interessi, quindi, si viene a formare tra Sudan, Sud Sudan e Cina: questo fatto, forse più che i 7 mila caschi blu, sembra essere una delle maggiori garanzie di pace tra i due paesi.
Giovanni Andriolo
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