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Patto di Pittsburgh: G8 più 12 fa davvero G20?
venerdì 23 ottobre 2009

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A  fine settembre si è tenuto, a Pittsburgh, il tredicesimo vertice  del cosiddetto G20, quello che potremmo definire il forum dei 20 Paesi guida del mondo, comprendendo i Paesi industrializzati e quelli definiti "emergenti".

Il vertice in sé si è concluso con la solita mezza delusione: a conferma di ciò si è notato, ancora una volta, che l'interesse dei mass madia si è concentrato sulle mise delle First Lady (Michelle Obama e Carla Bruni-Sarkozy su tutte ) o sui loro impegni turistici a latere delle riunioni, piuttosto che sul risultato delle riunioni stesse.

Tuttavia, a prescindere dall'effettiva valenza dei lavori, questo vertice potrebbe passare alla storia come lo spartiacque fra due scenari strutturalmente diversi:
il mondo "governato" dal G7 (nel frattempo salito a G8 dal 1997) ed il programma più ambizioso di un mondo gestito a 20.

Per comprendere in profondità i dati della questione, è bene ripercorrere velocemente le tappe della nascita e dell'evoluzione di questi "forum di discussione".

Il loro embrione risale addirittura all'inizio degli anni '70, quando le principali economie sentirono la necessità di un momento di confronto nell'ambito della crisi petrolifera. Su iniziativa degli USA, vennero quindi indette periodiche ma informali riunioni fra i responsabili economici di Stati Uniti, Giappone, Gran Bretagna, Germania (allora "solo" Ovest) e Francia.

A metà di quel decennio il Presidente francese Giascard d'Estaing invitò le autorità di USA, Giappone, Gran Bretagna, Germania ed Italia. Questi sei Paesi decisero di dare vita a riunioni annuali su temi economici, costituendo il G6, immediatamente portato a G7 con il coinvolgimento (1976) del Canada.

Il G7 diventa poco dopo un "G7+1", perché viene formalizzata la presenza dell'Unione Europea, rappresentata dal Presidente della Commissione EU e dal Capo di Stato (o di Governo) del Paese che detiene la Presidenza dell'Unione.

Dopo le vicende politiche conseguenti al crollo dell'Unione Sovietica, nel 1997 la Russia viene aggregata al G7, che si trasforma così in G8, le cui riunioni si ripetono sistematicamente fino ai nostri giorni.

Tuttavia nel 1999, per fronteggiare la crisi finanziaria dell'Asia (in particolare del Far East), viene creato il G20 (Figura 1). Questo nuovo forum somma, ai Paesi del G8, le cosiddette economie emergenti le più rilevanti delle quali (Cina, India, etc) si posizionano appunto nell'Estremo Oriente (Figura 2).

Finora, invece, il G20 costituiva di fatto il parente povero del G8, in quanto era in quella sede (G8) che si dibattevano i "grandi" temi economici di interesse mondiale. Nel vertice di Pittsburgh si è invece cercato di invertire l'importanza fra i due tipi di forum, riconoscendo ai prossimi G20 il compito di elaborare un governo collettivo dell'economia mondiale. Il G8 non sparirà, ma rimarrà come un salotto in cui si dibatteranno i grandi temi politici, in particolare di politica estera.

La ratio di tale passaggio di testimone fra G8 e G20 (ammesso che la realtà futura dia concretizzazione alla volontà emersa a Pittsburgh) poggia sulla constatazione che il G20 rappresenta il 90% dell'economia mondiale e circa i due terzi della popolazione dell'intero pianeta(Figura 3). La dichiarazione conclusiva del vertice riassume quello che potremo chiamare il "Patto di Pittsburgh":  il G20 avrà il compito di attuare un controllo collettivo sull'effettiva attuazione delle misure economiche varate dai singoli Paesi membri, con l'obiettivo istituzionale di garantire le condizioni ottimali per la ricerca di uno sviluppo economico forte, sostenibile ed equilibrato (Figura 4).

Nella dichiarazione si nota che, in realtà, il ruolo mondiale del G20 parte con le armi spuntate, in quanto non si pone come obiettivo quello della ricerca diretta dello sviluppo economico, ma semplicemente quello di verificare l'applicazione delle misure economiche dei singoli Paesi (Figura 5). Ma è comunque un inizio e da qui non è detto che il G20 non possa davvero in futuro diventare la "stanza dei bottoni" dell'economia mondiale.

 

 

Il vero limite è proprio su quest'ultimo tema, che rischia (in una prospettiva temporale ancora remota) di "svuotare" il potere decisionale dei singoli Paesi sulle scelte di politica economica. In effetti il G20 di Pittsburgh si è concluso in modo decisamente riduttivo rispetto alle ambizioni della vigilia. Alcuni leader, fra cui spicca il Presidente Obama, volevano fare del G20 una specie di patto di stabilità europeo e manterrebbero intatta tale volontà, estendendola a livello mondiale.

In pratica si vorrebbe puntare all'adozione su scala globale di un patto con tanto di criteri e "tetti" che condizionino le grandezze economiche primarie: deficit e debito pubblico (in % sul PIL), inflazione e tassi di interesse. Numeri che presuppongono analisi e verdetti oggettivi, con tanto di sanzioni in caso di violazione dei limiti. Questo obiettivo costituisce il vero nucleo del "governo mondiale dell'economia".

Tuttavia a Pittsburgh questo programma non è stato ancora varato, anche se ci si è avvicinati di molto. Si contrappongono ai sostenitori di questa idea (capeggiati da USA e Gran Bretagna) due Nazioni da non sottovalutare:  la Germania, con il Cancelliere Angela Merkel appena riconfermata dalla urne, e la Cina.

Il comunicato finale di Pittsburgh non contiene quindi i "numeri" che piacerebbero a Obama. Tuttavia esprime degli interessanti concetti, in termini di codici di comportamento, che, seppur non ancora vincolanti a tal punto da far scattare le sanzioni in caso di mancato rispetto, contengono in nuce il concetto di ottimizzazione del "governo mondiale" dell'economia.
In pratica questo G20 ha stabilito che i Paesi con pesanti deficit verso l'esterno (USA in primis) dovranno varare misure per aumentare la consistenza del risparmio interno, mentre i Paesi con elevati surplus (guarda caso, Germania e Cina) dovranno invece indirizzare la loro attenzione alla crescita delle componenti della domanda interna.

Il succo della grande novità di Pittsburgh è il riconoscimento dell'interdipendenza economica mondiale, fattore chiave che va, appunto, "governato", pena il rischio di esserne travolti.

Nel dettaglio il G20 ha affrontato alcuni importanti punti con spirito "riformista": ha adeguato il peso dei Paesi emergenti nell'azionariato del Fondo Monetario internazionale (dal 43% al 48%) ed ha approvato le regole del Financial Stability Board del sistema bancario con una calendarizzazione per il rafforzamento del capitale degli istituti e una calmierazione  dei bonus dei top manager (per la cronaca, Sarkozy avrebbe desiderato posizioni nettamente più rigide).

Su altri punti, il G20 è risultato più interlocutorio e fra questi spicca il tema del commercio mondiale, che, per colpa della crisi economica degli ultimi anni, ha interrotto bruscamente il suo trend strutturale di crescita (Figura 6), salvo presentare timidi segnali di ripresa nel 2010.

Tema sul quale un precedente vertice G20 di Washington si era proposto l'utopistico obiettivo della completa liberalizzazione degli scambi mondali entro la fine del 2008 (tempistica sposata al 2010 nel vertice di Londra dell'aprile scorso).

Ma qui "casca l'asino", a dimostrazione che il G20 ne deve compiere ancora di strada prima di arrivare ad essere la "stanza dei bottoni" dell'economia mondiale. Infatti a Londra, i Paesi del G20 si erano impegnati a non varare alcuna misura protezionistica: tuttavia nessun Paese ha, nel frattempo, resistito alla tentazione di attuarne.
Secondo il CEPR di Londra, che ha elaborato una valutazione "indipendente" denominata Global Trade Alert, dal novembre 2008 sono state varate ben 121 misure protezionistiche ed altre 134 sono in lista d'attesa.
Spicca in particolare la restrizione statunitense sull'import di pneumatici cinesi, poiché dimostra che allo stato attuale le vicende sindacali interne dispongono di un peso specifico ancora superiore a quello della ambizioni del Presidente Obama.

Se il buon giorno si vede dal mattino, il G20 appare ancora ben lontano dal suo ruolo di timoniere mondiale dell'economia.

                                                 Carlo Crovella

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